«Poi Riccioli d’Oro provò le tre sedie.
Una era troppo grande, una troppo piccola e una, finalmente, era della misura giusta.»
Quella di riccioli d’oro è una favola che conosciamo quasi tutti. Eppure, dietro quella misura «giusta» si nasconde una domanda tutt’altro che semplice: giusta per chi?
Tra gli anni Venti e Quaranta dell’Ottocento l’Europa attraversa una trasformazione silenziosa.
Dopo la Rivoluzione francese, la misura comincia progressivamente a sottrarsi alle consuetudini locali e alle misure legate al corpo per diventare un linguaggio comune degli Stati, della scienza e dell’industria.
Il sistema metrico decimale, concepito in Francia alla fine del Settecento, comincia a diffondersi oltre i suoi confini.
Il commercio, la cartografia, l’ingegneria e, sempre più, la produzione industriale hanno bisogno di poter condividere la stessa lunghezza, lo stesso peso, lo stesso volume.
La parola «standard» non ha ancora il significato tecnico che assumerà nel Novecento, ma l’idea di uniformare le misure è già parte di quel grande progetto della modernità che cerca di rendere confrontabili cose, territori e persone.
Negli stessi anni, nelle isole britanniche circola una storia destinata a diventare una delle favole più conosciute al mondo: The Story of the Three Bears. La prima versione scritta conosciuta viene pubblicata nel 1837 da Robert Southey, ma il racconto appartiene a una tradizione orale precedente. La protagonista non è ancora Riccioli d’Oro, bensì una vecchia donna; solo successivamente diventerà la bambina dai capelli d’oro che conosciamo oggi.
Pochi anni prima, nel 1835, il matematico, astronomo e statistico belga Adolphe Quetelet pubblica Sur l’homme et le développement de ses facultés.
Attraverso l’osservazione statistica di migliaia di individui, elabora il concetto di homme moyen, l’uomo medio. Quetelet non dice che l’uomo medio sia l’uomo migliore. La media è per lui uno strumento per descrivere i fenomeni collettivi.
Ma l’introduzione di questa nuova forma di osservazione produce una conseguenza culturale destinata ad avere una lunga storia: l’individuo può essere confrontato con una media.
La favola e Quetelet parlano entrambi di misura, ma non parlano della stessa misura.
Riccioli d’Oro misura un’esperienza individuale. Quetelet misura una popolazione.
Riccioli d’Oro cerca ciò che è giusto per lei. Quetelet cerca ciò che è rappresentativo di una collettività.
Non sono due teorie contrapposte ma sono testimonianza di una nuova attenzione alla misura nello stesso periodo storico. Anche l’architettura entra progressivamente in questa trasformazione. Per secoli aveva cercato nel corpo umano la misura (da Vitruvio alla sua riscoperta rinascimentale) ma nell’Ottocento compare un’altra possibilità: non misurare il corpo, ma i corpi.
La misura comincia così a diventare statistica.
Da qui nasce il percorso che nel Novecento porterà agli standard dimensionali, all’ergonomia, ai manuali di progettazione, fino al Modulor di Le Corbusier: il tentativo di mettere in relazione il corpo umano e la produzione industriale attraverso un sistema di proporzioni.
Con Le Corbusier la misura appartiene a una stagione di ricostruzione.
Alla fine della Seconda guerra mondiale serve a dare ordine a un mondo da ricomporre.

Oggi, nella «terza guerra mondiale a pezzi» evocata da Papa Francesco, la pretesa di misurare tutto rischia di semplificare la realtà, trasformando gli standard da strumenti per descrivere le cose in criteri per giudicare le persone.
Perché una porta alta 210 cm può essere semplicemente uno standard, ma se la misura della gonna diventa la misura dell’affidabilità di una donna, un abito quella della rispettabilità, un accento quello dell’intelligenza, un titolo quello della competenza stiamo standardizzando un giudizio sulla persona.
Lo standard è uno strumento indispensabile per costruire milioni di edifici, ma, proprio perché indispensabile, corre il rischio di essere confuso con la misura dell’uomo.
Lo standard è un riferimento comune. Serve a rendere confrontabili le cose, a produrle, a ripeterle, a organizzarle. È indispensabile. Senza standard non esisterebbero le norme tecniche, le misure, gli attacchi delle lampadine, le dimensioni dei mattoni, i formati della carta, le porte, le finestre.
Ma la misura è un’altra cosa. La misura nasce dall’incontro tra uno standard e una realtà concreta.
È l’operazione culturale che trasforma una regola generale in una decisione particolare.
Confondere le due cose è uno degli errori più frequenti. Quando uno standard pretende di diventare misura universale, smette di essere uno strumento e diventa un filtro e tutto ciò che non coincide viene percepito come errore, anomalia, difetto.
Nel 1961 Jane Jacobs, giornalista e pensatrice urbana, pubblica The Death and Life of Great American Cities (Vita e morte delle grandi città). Il testo nasce da una situazione molto concreta: New York, sotto la guida del pianificatore Robert Moses, sta demolendo interi quartieri storici per costruire grandi arterie automobilistiche, complessi residenziali modernisti, spazi aperti razionali, torri immerse nel verde e Jacobs è alla finestra di casa sua e osserva. Vede qualcosa che le mappe e i piani regolatori non riescono a registrare: un ordine che nasce dalle relazioni quotidiane che chiamerà “complessità organizzata”.
Non caos, non ordine rigido, ma un ordine che nasce spontaneamente dalle relazioni, dalla presenza delle persone che genera sicurezza urbana ancor prima della polizia e delle telecamere.
Lei parla degli eyes on the street, che sono le finestre che guardano la strada, i negozi con ingressi diretti, chi entra ed esce continuamente, gli abitanti che osservano senza accorgersene, parla di una sorveglianza diffusa, naturale, reciproca e dunque non di controllo ma di vita quotidiana.
Questa intuizione della Jacobs mi è tornata in mente guardando di recente Peppermint, film del 2018 ambientato a Los Angeles. A un certo punto un’ispettrice dell’FBI osserva la pianta della città: ogni richiesta di intervento alla polizia compare come un punto luminoso. Tutta la città è disseminata di segnali, tranne un vuoto.
Un buco nella mappa. È proprio quel vuoto a insospettirla. Capisce che non indica un luogo dove non succede nulla, ma un luogo che il sistema ha smesso di vedere. Nel film è un quartiere abbandonato dove vive la donna ricercata. La sua presenza rende il quartiere più sicuro, il quartiere la protegge e, proprio perché lì esiste una rete di relazioni, lei può restare invisibile agli occhi di chi la cerca.
Gli eyes on the street non sono gli occhi dello Stato, della polizia o delle telecamere.
Sono gli occhi della città: quelli di chi abita un luogo, lo attraversa, lo riconosce e, semplicemente vivendolo, produce sicurezza.
La mappa dell’FBI è uno standard di osservazione e Jacobs ci ricorda che, a volte, un vuoto nella mappa racconta relazioni che lo standard non registra perché al di fuori degli schemi generati da macchine.
Così talvolta accade che le norme formali non garantiscano più risposte a un bisogno primario, come il diritto alla casa o a uno spazio di vita dignitoso, dando prova del fallimento della regola e dell’inutilità nel perseverare in una burocrazia inefficace.
In questo vuoto, chi vive quel bisogno ha la necessità vitale di attivarsi in prima persona.
Per evitare che l’iniziativa nata dal basso si scontri con lo sgombero o si perda nei passaggi della burocrazia, l’ordinamento italiano ha costruito uno strumento nuovo: i Patti di collaborazione per i beni comuni.

I Patti di collaborazione per i beni comuni sono strumenti di amministrazione condivisa (qui un articolo di Voci di Siniscola che approfondisce lo spirito e gli strumenti all’origine dell’amministrazione condivisa, ndr) attraverso cui cittadini e amministrazione definiscono insieme come prendersi cura, rigenerare o gestire un bene comune — un edificio abbandonato, uno spazio pubblico, un giardino, una biblioteca, un luogo di cultura — condividendo responsabilità, tempi, risorse e obiettivi.
Non sono una concessione né un appalto: sono la traduzione amministrativa del principio di sussidiarietà orizzontale previsto dall’articolo 118 della Costituzione, secondo cui le istituzioni devono favorire l’iniziativa dei cittadini quando è rivolta all’interesse generale.
I Patti aiutano anche lo Stato a vedere e a riallineare la regola alla realtà, senza rinunciare all’interesse generale. Non perché ogni bisogno individuale debba trasformarsi in diritto, ma perché alcune forme di cura collettiva rivelano possibilità che la norma, da sola, non era più in grado di vedere.
Riccioli d’Oro entra in una casa non sua, prova 3 sedie e ne trova comoda una e, anche se la storia non dice che se la porta via, a rigore di legge avrebbe commesso due violazioni prima ancora di arrivare alla sedia «della misura giusta».
Eppure la favola non si ferma lì. Non racconta il diritto di proprietà, racconta la ricerca di una misura.
È forse qui che il racconto incontra i Patti di collaborazione. I Patti non cancellano la regola e non trasformano ogni bisogno in un diritto. Aiutano le istituzioni a riconoscere quando la norma, con maglie troppo strette, vede soltanto l’infrazione e non riesce più a vedere il bisogno, la relazione, la cura, la comunità.
La misura giusta, allora, non è possedere la sedia né imporre la propria misura agli altri.
È trovare quella flessibilità che permetta ad una regola di adattarsi alla realtà e, proprio per questo, a tutti di abitare il mondo.
Miriam Cossu, Architetta







