No, non vuole essere una stroncatura: non è nelle mie corde, troppo figlio di mia madre e del suo insegnamento: “la noncuranza è il maggior disprezzo”. Ne parlo ed esprimo alcune perplessità.
La mia riflessione è su di un libro che fa parte della cinquina del Bancarella.
A leggerlo ci vuole tutta la raccomandazione di Coleridge – la sospensione volontaria dell’incredulità, quando ci immergiamo nelle opere di fantasia. Ecco, forse manco basterebbe questo requisito per leggere il libro di Gianlivio Fasciano, “Mi chiamo ruggine, Castelvecchi, 2026)
L’ho scelto perché nella cinquina dei candidati al premio Bancarella, la copertina che mi incuriosiva, scoprendola ideata dall’autore, un avvocato giuslavorista di Termoli che vive tra Napoli e Parigi.
Un libro in due parti: la prima piena di ampollosità inutili – “la megera aristotelica arrivò libertina e impietosa” (p.45): la morte, parlando di un’esecuzione sommaria ad opera di Legionari definiti “Quei portatori di civiltà che marciarono l’intera giornata” (p.33). O di strafalcioni inaccettabili, quando leggiamo che addestratissimi Legionari “Furono imbarcati a Tolone in una fregata della marina militare dove furono stivati sottocoperta in una zona isolata della nave (p.29).
Ok, trascuriamo che stivare persone sia un burocratese improprio, della famiglia di “carico residuo” detto all’indirizzo dei migranti soccorsi nel Mediterraneo. Ma mi sembra francamente impossibile accettare – da Coleridge in persona, che “L’indomani i legionari [gli stessi] sbarcarono su una spiaggia poco lontano da Kourou con dei gommoni” dove l’autista che li attendeva aveva “spalle larghe e scarpe nere” (p.30).

Mi chiedo, basta una notte di navigazione da Tolone a pattugliare il confine con il Brasile?
Ecco la traversata di una notte non basta, mi assicura un comandante della Tirrenia che conobbi sulla traversata Civitavecchia Olbia. Scherzo. Mi infastidisce infine che Gibuti, lo stato africano, sia scritto Gibbuti (p.82) che una ricerca on line – di controllo – mi dà come sinonimo di gibboso. Insomma una prima parte con un editing imbarazzante, anzi – a dirla tutta la prima parte mi sembra un’aggiunta successiva – posticcia – a fare pagine.
Lasciamo infatti Pierre Rousseau (è il nome falso fornito all’atto dell’arruolamento) alla convinzione che “attraverso il lutto si sarebbe vaccinato contro il dolore così da poter essere salvato da ogni accidente che gli sarebbe potuto accadere” (p.13) – insomma, lasciamolo alla valutazione dell’ipotesi di non poter rivedere sua madre (questo il significato che riferisco alla frase riportata) ed entriamo nella seconda parte dove il romanzo si apre.
Qui troviamo le motivazioni delle scelte di vita di Pierre Rousseau, cioè di Enrico, cioè di Ricu.
La cui vita ci appare tramite una scrittura metaforica con buone trovate narrative ed una circolarità delle scelte di vita. Una forte la pulsione tra eros e thanatos, una forza distruttiva che si coglie immediata sin dall’esergo in tedesco di Enrico che telefonando alla moglie di Nicholas gli dice che il suo amico legionario è morto in Ucraina.
Leggendo la prima parte ho colto una metafora planetaria di una pulsione di morte, quasi che la letteratura si senta in dovere di competere con un telegiornale dove gli scenari di guerra si succedono: Iran, Libano, Ucraina.
E faccio fatica, nella seconda ad accettare come la voce narrante che si struttura abbia a coincidere con la voce della prima parte.
Per me sono due mani.
“Come le tende del palcoscenico si levano per dare inizio a uno spettacolo, così mi ritrovo a raccontarvi quello che ho visto (p. 91), parlando di sé stesso come secondogenito di un fratello che “Più cresceva e più si faceva bello” (p.100), mentre lui parla “quel tanto che bastava per evitare domande” (p.101).
E mentre il fratello parte, i suoi impegni di adolescente malizioso sono servire Susanna, che “conosceva gli uomini e le donne. Susanna era una baleniera norvegese, conosceva le preghiere e il mare profondo” (p.111).
Insomma, una prostituta con la quale entrerà in combutta: “In testa a me era giusto che quella puttana si potesse innamorare di un sedicenne riccioluto, così com’era giusto che quel sedicenne si facesse i conti in tasca e basta” (p. 103).
Crescerà in una Sicilia dove la violenza mafiosa è codice che pervade l’aria e spinge i ragazzi a sfiorare la devianza – “Segni particolari: eravamo quello che eravamo” (p.136), dice parlando di una partita di calcio dove la sua squadra uscì sconfitta lasciando il segno della mortificazione, del destino di diversità che lo avrebbe condannato alla sconfitta convincendolo che l’imparità di partenza lo relegava a scegliere tra soccombere o lottare.
E scelse. Come disse la professoressa alla madre “Signora non si dia pena. Suo figlio è un mafioso” (p. 138)
Cerchiamo di capire: il libro può essere letto come una domanda, paradossale, sulla razionalità e moralità della devianza, della costruzione di una alterità militante contro le regole. “Mi feci persuaso che il convincimento di rispettare una rregola fosse più forte della regola stessa e che, addirittura, più era incomprensibile, più questo artifizio consentiva allo stato di governare.
E, forse grazie alla mia propensione alla violazione giunsi a una seconda riflessione. Vale a dire che quella stessa incomprensibilità si tramutava nell’infelicità tutta soddisfacente degli uomini di seguire le rregole solo perché convinti di stare nel giusto” (p.152).
Per questa via con i suoi amici si ribellerà alla mafia estorsiva che pretendeva la avviata macelleria, così come accettava di malavoglia le rregole dello Stato.
È, a mio leggere, il racconto di una anomia sui generis. Fatto sta che il padre pensa bene di sottrarlo ad un ambiente “mafioso” e lo spedisce a Monaco. Del padre dirà, sempre con il gusto della metafora e del paradosso – e qua è il pregio della narrazione – che “si avvicinava a Dio ogni volta che sopravviveva alla sua onestà” (p.154).
Scopriremo che a Monaco, da malavitoso, sceglierà di arruolarsi nella Legione Straniera “visto che per ogni francese che non intende fare la guerra parte uno straniero al suo posto” (p.226).
Chiudo con una frase che sta bene al canone narrativo, la sua circolarità: “Quello che successe dopo l’ho già detto perché il frutto della violenza è così tondo da prendere subito velocità” (p.198).
Buona lettura.
Ruggero Roggio






