Dei fiori che rinascono

“Dei fiori che rinascono” (Il Maestrale 2025) è il romanzo – bellissimo – che Giulio Neri, antiquario cagliaritano, ci regala a fine anno: quasi un antipasto, qualcosa da sgranocchiare in attesa che l’annunciato e travagliato lavoro – rinviato per inspiegate censure previe, arrivi a scaffale. Ed io lo aspetto curioso. Ci tratta bene, nell’attesa: con immensa generosità. Perché i fiori del titolo – ritornano spesso nella storia come tratti da un graffito murale “La Pasqua è dei fiori che rinascono” -, hanno intense profumazioni. Una narrazione di allegorie in filigrana, di costruzioni di elaborate metafore mediante le quali il potere evocativo delle parole costruisce e decostruisce immagini e consapevolezze.

Ci sarà una resurrezione?

La storia si sviluppa su quattro capitoli – Tramonto, Lorenzo il Magnifico, Eppur si muove, Alba; numerosi i paragrafi con titolo proprio: quasi un aiuto dell’autore nel costruire riferimenti di mappa le cui coordinate ci aiutano a non smarrirci nella geografia di riferimento del romanzo – il Sulcis, descritto con una attenzione senza tributo alcuno all’immaginario turistico.
(Suggerisco particolari attenzioni al capitolo “La brutta voglia”, esempio assoluto di bella letteratura).

Sarà lo scenario di contesto delle vite dei quattro picari che animeranno le pagine.
Antimo Ligas è il perno della narrazione: la sua emorragia cerebrale lo confina in un coma senza speranze cui nessuno vuole arrendersi: la sorella Olimpia, gli anziani genitori: tziu Ginoi e tzia Loretta; Ignazio Farci, pastore d’api e Stanis Manca-Vaquer, il becchino comunale, erotomane superdotato (l’arpone, così battezza il suo sesso), con ambizioni letterarie. Lorenzo Campoformio, di cui Olimpia è innamorata, figura controversa, psicologicamente instabile, drammaturgo delirante, inaffidabile, gran tombeur des femmes, ex detenuto per un traffico d’armi.

La storia. Dilava dall’interrogarsi sulle cause dell’aneurisma, che ha colpito l’amico dopo che si era lasciato andare per delusione d’amore, affogando nell’accidia e nell’indolenza che lo portano a prendere peso.
Scopriamo una umanità di contorno e i loro segreti, mentre “Antimo sempre cheto, dromìu con un tubo in bocca a ossigenargli i sogni” (p. 51) ricoverato al Brotzu dove riceverà le loro visite disperate. Di Ignazio e le sue promiscuità sessuali – con i trans del Sud America e un ragazzo presto sposo di un matrimonio di copertura; con Manrico Caffettiera e il servo pastore senegalese Abel. “Non sa spiegarsi perché adesso intreccia all’aneurisma la propria storia di vergogna.
Ha la gola ostruita da un pianto interno che si raggomitola” (p. 16) e si chiede se Don Zenobio e Olimpia sappiano o sospettino.

E il sesso, paritario, promiscuo, etero ed omo, per amore o mercimonio da sottoproletariato, tanta parte ha nella narrazione dove si salva solo don Zenobio che “Aveva respinto l’assedio di svariate beghine e di Maddalenina la Matta; aveva domato Peppa Goddi, innamorata e dichiarata che si era dovuta arrendere al ruolo di perpetua …”. (p. 305) Di Lorenzo e le sue velleità drammaturgiche maturate in galera, che sperimenta al Lenin-Dromo “una queer family di ultraquarantenni acciaccati e stanchi di vivere accampati” (p. 45) che avrà come sponsor morale delle sue piéces il dottor Mazzuoli, direttore del carcere dove ha trascorso trenta mesi.
“Ci sono dei progressi. Il Centro di Salute Mentale lo ha preso in carico nel periodo più buio della sua detenzione, e abbiamo lavorato splendidamente”.

Ma il percorso è assai lungo“, (p.195), leggiamo. Di Stanis, nobili origini confusamente accennate nello sperpero di ricchezza dei nonni, erotomane esibizionista che gli provocano denunce per atti osceni e minacce di morte e, “In tempi internettiani, fastidi con la polizia postale” (p. 87). Saranno loro tre ed Olimpia a recarsi in visita al capezzale del malato e sperare – seppure con il dubbio dei medici – una rinascita impossibile. Ne ricostruiranno i tempi, le cause del decadimento e compariranno Velia Pitzianti figlia di una famiglia disfunzionale che Antimo salva dal mercimonio della sua verginità adolescente, scambiata con una capra.

Sarà l’amore della sua vita, facendola studiare sino alla laurea, la carriera politica ed elezione a sindaca.
Lasciarlo è stata l’abbrivio della china di Antimo.
Comparirà la Stràngia, un’amichetta di Nebida con cui Antimo aveva delle chat erotiche e che lo umiliava per la sua grassezza “Quando te ne vai in bagno, porca pagnotta, te lo vedi il pisello?” (p. 91). Poi Dalida, la Nina e Geneviève con “…Antimo sempre lì, solo, abbandonato ai traumi di percezione” (p. 171). Ma “… in Antimo non ci sono né intelligenza né sensibilità; non ha nulla di cui piangere su quel letto“. (p. 261), dirà il dottor Wickers, allertato da Olimpia per una lacrima.

Seppure, a un’incursione dei tre moschettieri che sparano a palla sotto la stanza 14 del Brotzu November rain dei Guns N’ Roses (il pezzo preferito di Antimo – e come dargli torto! Ne consiglio l’ascolto e la lettura della traduzione) il malato apre gli occhi… Ma – citando Alda Merini, “Cos’è la morte se non un grande albero pieno di canto?” (p. 255)

Non sono un critico letterario, di certo un lettore appassionato che vuole condividere le emozioni e qualche spunto indicato dal bel libro di Giulio Neri.
L’etimo di Antimo sta per fiore, i cui petali vanno a cadere durante la narrazione suggerendomi una lettura allegorica: lo stato di coma è di Antimo quanto di una cultura di balentie adolescenziali (la sua: di capo battuta alla caccia al cinghiale ed ai barbecue, di paladino a difesa di una donna che salva e che lo tradirà) che evaporano nella Sardegna del romanzo.

Una realtà pienamente nei registri della post modernità dei social.
Un contesto, le cui osannate magnificenze paesistiche appaiono come quinta scenica della Strangia (Pisanu di cognome): lì a Masua, ridotto ad un non luogo di chat erotiche per adescamento clienti.
Così l’altro doppio registro, quello linguistico usato nel romanzo: una prosa raffinata farcita di intarsi di sardo campidanese, che valgono quanto le interiezioni romagnole di Don Zenobio o il francese strascicato di Geneviève: è il gusto sottile dell’ironia che vi colgo.

In questi giorni rimbalza sui social il n.77 di “Dialoghi Mediterranei”, un blog di respiro, con una serie di interventi dedicati al trentennale della scomparsa di Sergio Atzeni, colonna della nouvelle vague, assieme ad Angioni e Mannuzzu, della nuova letteratura sarda.

Scrive qui Sergio Biolchini: “Poi c’è la profezia. Quella realtà meticcia e mediterranea descritta da Atzeni nei suoi racconti era una proiezione fantastica, non certo la quotidianità di una Cagliari che negli anni 70 e 80 era ancora rinchiusa in se stessa. Oggi invece i racconti atzeniani si rispecchiano in una città realmente multiculturale (e basta salire su un autobus per rendersene conto) e dunque sono più attuali che mai”.


“Dei fiori che rinascono” è in linea di continuità con le innovazioni della nostra letteratura, (ma non solo: si pensi a Camilleri, alle lingue minoritarie e minorizzate ed al perdere peso specifico delle culture identitarie nella complessità della società globale) dando alla morte incombente di Antimo il senso metaforico di una Sardegna in inarrestabile trasformazione, mi arrischio a dire, se interpreto correttamente la scrittura di Giuliano Neri.

Sarà la diaspora dei nostri picari, i loro destini a dirci di come le empatie dei singoli, l’eros nelle sue declinazioni descritte, affianchino culture meno granitiche di quanto in effetti sono:
Il Male era una formula da preti. Soltanto l’Io esisteva; l’amore, l’odio, la paura che si provano; l’uomo che sperimenta sé stesso”. (p. 255)

Ruggero Roggio

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