L’isola d’i Sardi

Dantedì 2026: l’Italia si specchia nel viaggio del sommo Poeta

Il 25 marzo l’Italia celebra il Dantedì, la giornata nazionale dedicata a Dante Alighieri.
La data, istituita nel 2020, non è casuale: secondo la maggior parte dei critici e dei filologi, proprio in questo giorno dell’anno 1300 ebbe inizio il viaggio narrato nella Divina Commedia.

Non si tratta solo di una ricorrenza letteraria, ma del vero “compleanno” della lingua italiana. Dante non ha solo inventato le parole che usiamo quotidianamente, ma ha mappato l’anima e la geografia di un’intera nazione.

Tra le sue terzine, l’Italia emerge come un mosaico di terre e popoli dove le isole, e in particolare la Sardegna, giocano un ruolo simbolico e politico fondamentale.

Nella grandiosa architettura della Commedia, la Sardegna appare innanzitutto come un pilastro geografico nel cuore del Mediterraneo.

Nel Canto XXVI dell’Inferno, Dante affida a Ulisse il racconto del suo ultimo, leggendario viaggio.
Prima di superare le Colonne d’Ercole, l’eroe greco descrive le coste che scorrono ai lati della sua nave: “L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna, / fin nel Morrocco, e l’isola d’i Sardi, / e l’altre che quel mare intorno bagna”.

In questa terzina, la Sardegna non è una terra periferica, ma un punto di riferimento essenziale della navigazione antica.

Per Dante, citare l’isola significa riconoscerne la centralità nelle rotte che collegavano l’Italia alla penisola iberica e al Nord Africa.
È la Sardegna dei porti, dei mercanti e dei grandi Giudicati: una terra che segna il confine tra la civiltà conosciuta e l’ignoto dell’oceano aperto.

Il Poeta non evoca la Sardegna solo per ragioni geografiche o polemiche, mala utilizza anche come pietra di paragone etica.
Nel Canto XXIII del Purgatorio, Dante lancia un’invettiva contro la sfacciatezza delle donne fiorentine del suo tempo.

Per farlo, cita una terra allora considerata selvaggia e impervia: “ché la Barbagia di Sardigna assai / nelle sue donne è più pudica / che la Barbagia dove io la lasciai”.

Attraverso questo confronto, Dante riconosce ai sardi un rigore morale e una dignità che la ricca e corrotta Firenze ha ormai smarrito.

La Sardegna diventa così un simbolo di purezza antica, una terra dove i valori tradizionali resistono contro la decadenza dei costumi cittadini.

Il Dantedì 2026 ci ricorda che queste terzine non appartengono a un passato polveroso, ma sono le fondamenta della nostra identità.

Dalle scuole di Cagliari a quelle di Milano, la voce di Dante risuona come monito e guida.

Celebrare questa giornata significa riscoprire che siamo figli di una “nave” che ha saputo resistere alla tempesta grazie alla forza della cultura.

Dante ci ha insegnato a guardare oltre la selva oscura, ricordandoci che il nostro destino non è vivere come bruti, ma inseguire virtù e conoscenza, proprio come quel navigatore che, costeggiando l’isola dei Sardi, puntava verso l’infinito.

Cristina Oggiano

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