Quando muore un mito della nostra giovinezza e della nostra maturità il pensiero si perde in lontani ricordi.
E i ricordi portano ad un paese, oggi città di Siniscola, che alla fine degli anni cinquanta e agli inizi degli anni sessanta sembrava vivere una primavera di grandi speranze.
La Scuola media e quella di Avviamento professionale avevano riportato tra i banchi molti ragazzi che sembravano persi in una vita senza traguardi e senza speranze.
All’improvviso gli studenti che prima si potevano contare in velocità partendo dalle famiglie più abbienti aumentavano di numero e riempivano quelle strade ancora vuote di automobili con il loro allegro vociare.
Una ventata di novità sembrava percorrere vie e viottoli antichi, dove all’improvviso risuonavano gli alti volumi delle radio e la sera, di qualche televisione, accesa e funzionante per beneficio di interi vicinati.
Si passava in pochi anni da una vita statica che si perdeva nelle vecchie case e negli incroci di strette stradine chiamate pomposamente prathichedda (piazzetta) o addirittura pratha (piazza) ad una vita piena di novità, ai primi diversi negozi che animavano le strade principali.
Era ancora un miscuglio di vecchio che si affacciava sul nuovo, di sogni diversi che si proiettavano nei nuovi elettrodomestici pagati a rate, nelle prime scoperte di un turismo che sembrava portare un afflato di civiltà nella spensieratezza di ragazze che cominciavano a scoprire parti sempre maggiori del loro corpo.

In quel paese dei primi anni 60 del secolo scorso Via Sassari era animata dalla presenza del vecchio Municipio, dalla Parrocchia, dalla storica farmacia e dagli altrettanto storici tzilleris, mentre in fondo alla strada nella confluenza con Via Roma c’era Piazza Mercato, il salotto di tutti i siniscolesi, il primo cinema con annesso centralino telefonico e un piccolo slargo dove si fermavano le corriere.
Nuovo di zecca c’era un negozio di dischi, dove confluivamo in tanti amici e dove continuavano a risuonare le musiche e le canzoni dell’epoca, dal molleggiato di 24000 baci e delle altre canzoni del Clan, a Toni Renis, a Modugno , a Claudio Villa e a tantissimi altri.
Era bellissimo scoprire un altro mondo inframmezzato dai dischi di canti sardi a chitarra, che dovevano continuare ad attirare gli anziani di allora.
Un altro mondo di tante voci che ci portavano lontano in contatto con i nostri coetanei, a scoprire qualcosa di diverso da quella chiacchiera di paese e a proiettarci fuori dagli schemi consueti nella imitazione di nuovi idoli.
Accompagnavamo i dischi in vinile con le nostre voci stonate (c’era sempre però qualche bella eccezione, e non ero io!) e i primi giradischi ci incantavano e ci legavano in quella piccola stanza rumorosa dominata dalla mole del nostro amico, figlio del titolare.
Con l’ingenuità di piccoli esploratori cercavamo tra i tanti dischi e tra i tanti nuovi cantanti per scoprire voci nuove e nuovi motivetti da fischiettare, alternando i lati A e i lati B dei vinile.
E fu così che mi capito’ un giorno tra le mani un disco dei Nomadi uno di quei complessi musicali, che cominciavano a farsi strada a livello nazionale, mentre per quanto ne sapevamo (ed era ben poco) all’Estero nascevano come funghi.
Ma, al di là del complesso e della musica, mi colpirono subito le parole e i concetti che esse esprimevano e che si sintetizzavano nel titolo “Dio è morto”.
Quella serata ho continuato a mettere quel 45 giri nel giradischi, continuando ad ascoltare come in trance quelle parole che sembravano quasi interpretare quelle discussioni e quei tentativi di interpretare il mondo che affrontavo quasi giornalmente con i compagni di liceo.
Non mancavo ogni volta che andavo nella rivendita di dischi di pregare il mio amico di mettere il disco in modo di sentirlo ancora una volta fino ad impararlo a memoria. Pensai anche di attingere ai miei miseri risparmi per comprarlo anche se non possedevo un mangiadischi.
Curiosando nella scrittura del disco e della copertina mi imbattei nell’autore della canzone, si chiamava F. Guccini e quel nome non lo dimenticai mai più.
Lo seguii per tanti anni a scoprire nuove canzoni tipo Auschwitz e Noi non ci saremo, che sembravano corrispondere ai capisaldi dei miei pensieri.
Poi i percorsi della vita mi allontanarono per tanto tempo dal mondo della canzone, anche se mai mi fu estraneo tutto il mondo dei cantautori, dove, assieme a tanti altri, continuava a brillare il nome di Guccini.
Dopo un po’ di tempo cominciai a portare nell’auto prima le musicassette e poi i CD, che mi facevano compagnia nei viaggi di lavoro o anche in brevi percorsi di spostamento.
Iniziai anche a leggere i libri di questo cantautore intellettuale, ad abituarmi alla sua voce fino a considerarlo un buon compagno di vita alla stregua di un caro amico. Spesso pensavo a lui come ad un fratello più grande che mi forniva chiavi di interpretazione della società e della vita.
Ed ecco quante cose ha riportato alla mente la sua scomparsa, mentre riascoltarlo riempie ancora di gioia e di bei contenuti la nostra esistenza.
Addio Francesco Guccini e grazie per l’eredità che ci hai lasciato.
Antonio Murru






