Bachisio Bandinu

Il legame tra Bachisio Bandinu e Siniscola, nato negli anni della sua giovinezza e consolidatosi nel corso degli anni Ottanta, rappresenta un aspetto di un certo rilievo della vita culturale del comune baroniese.

Bandinu ha animato numerosi incontri culturali, dibattiti e presentazioni letterarie, lasciando sempre un’impronta con interventi efficaci espressi sia in sardo sia in italiano. La sua parola, sempre tesa tra sensibilità e rigore, si è distinta per un’efficacia comunicativa immaginifica, ricca di suggestioni metaforiche, dove la lingua sarda ha rivelato tutta la sua capacità di tradursi in immagini perspicue, concrete e ricche di significato.

Accanto a questa nota presenza pubblica si può collocare un capitolo altrettanto interessante, e forse meno conosciuto, rappresentato dalla sua collaborazione come antropologo alla stesura del Piano Regolatore Generale di Siniscola, approvato nel 1988 e elaborato insieme a un gruppo di tecnici che comprendeva G. Pigozzi, S. Sassu, P. Conteddu, G. Mura, A. Aaru e R. Massoli Novelli.

La relazione redatta da Bandinu1 per quel piano è ancora oggi un documento di straordinario valore per interpretare la trama sociale della comunità, oltre a configurarsi tra le pagine tecniche più interessanti della storia municipale.

Questo lavoro traduceva sul campo le riflessioni sul turismo che l’antropologo andava maturando in quella stagione, confluite nei celebri saggi “Costa Smeralda (1980)” e “Narciso in vacanza (1996)”.

In un’epoca di transizioni profonde, Siniscola si offriva all’osservazione come un laboratorio ideale, custode di un’identità ancora estranea all’impetuoso sviluppo che investiva centri come Arzachena, Budoni, San Teodoro e Olbia.

Parzialmente preservato da tali radicali trasformazioni costiere, il territorio siniscolese offriva lo spazio perfetto per innestare un modello di sviluppo alternativo, capace di rispettare la memoria storica e le vocazioni produttive del luogo.

L’analisi di Bandinu muoveva da una premessa teorica sul turismo inteso come forza economica capace di ridefinire storicamente i territori, ma anche di stravolgerli nella loro identità e che pertanto andava governato e gestito con un’attenta pianificazione urbanistica.

Il confronto tra le diverse esperienze nell’isola era utile per evidenziare i diversi volti della transizione turistica.

Da un lato lo studio decostruiva il modello egemone della Costa Smeralda, incarnato da Porto Cervo, Porto Rotondo e dai micro-villaggi chiusi alla realtà locale, mentre dall’altro valorizzava l’esperienza virtuosa di realtà come Dorgali (a cui potremmo aggiungere Orosei), capace di sviluppare l’ospitalità integrandola con una solida tradizione agro-pastorale.

In questa cornice, Siniscola veniva indagata a partire dalla sua originaria vocazione agropastorale e dalla peculiarità di un patrimonio paesaggistico unico, sospeso tra la costa e il contrafforte montuoso, dedicando ampio spazio alle frazioni, viste come realtà distinte e complementari in grado di diversificare l’offerta senza rinnegare la propria matrice identitaria.

Secondo l’antropologo, l’essere giunti in ritardo alla pianificazione territoriale non doveva tradursi in una rinuncia alla governance, ma costituiva un’asincronia utile ad attivare progetti responsabili nati direttamente dall’interno della comunità.

L’articolazione dello spazio siniscolese, diviso tra il centro urbano, La Caletta, Santa Lucia e Berchida, diventava così la risorsa chiave per generare un’offerta turistica integrata e governata in loco.

Questa proposta si traduceva in una pianificazione flessibile e attenta alle risorse locali, orientata al turismo lento ed ecologico nel caso di Santa Lucia e Berchida, ambienti da tutelare e risorse da valorizzare.

Questa direttrice di sviluppo ecologico si sarebbe potuta idealmente estendere da La Caletta fino all’Ogliastra, mentre La Caletta stessa veniva ripensata già allora come un modello urbano da sottoporre a risanamento e da integrare con i circuiti di una mobilità semi-urbana più dinamica, anche come offerta culturale, in alternativa a quella di Santa Lucia e di Capo Comino e Berchida.

In questo disegno complessivo, il nucleo storico di Siniscola assumeva una centralità strategica, operando come vera e propria cabina di regia dello sviluppo, centro propulsivo e presidio della memoria, delle tradizioni, dell’arte e dell’artigianato artistico.

In questo spazio si sarebbero potuti realizzare musei locali, sia etnografici sia storicoartistici, offrendo al contempo i luoghi ideali in cui perpetuare e far continuare la ritualità tradizionale.

Per altri versi, l’antropologo indicava anche le strutture ricettive pensabili e compatibili per questo territorio, come i campeggi, le modeste strutture alberghiere e un’ospitalità diffusa, sempre coerenti con la vocazione del luogo.

Queste riflessioni, formulate nell’ottantotto, vanno lette come una felice prefigurazione proiettata sul presente.

L’interrogativo cruciale che tali intuizioni oggi sollevano consiste nel valutare quale efficacia abbiano dimostrato in questi quasi quarant’anni, individuando quali linee di sviluppo abbiano trovato compimento e quali, invece, attendano ancora di essere realizzate.

È proprio in questo scrutinio critico che risiede l’importanza delle analisi di Bandinu, capaci di offrire ancora oggi utilissime coordinate per le scelte urbanistiche e i modelli di sviluppo che Siniscola sarà chiamata a declinare nel proprio futuro.

Antonello Pipere

(1) Si veda la Relazione di Bachisio Bandinu, Il fenomeno del turismo nella realtà culturale di Siniscola, tra gli  allegati al Piano Regolatore Generale di Siniscola approvato il 12 febbraio 1988

Articolo precedenteUna madre nella storia
Articolo successivoLe Olimpiadi Invernali del 2154