Restano macerie

Ho dovuto rileggerlo, il libro vincitore del Premio Strega di Andrea Bajani, L’Anniversario, (Feltrinelli 2025) perché – limiti miei – spesso mi accontento di letture veloci. Distratto, nell’attesa che sia il libro a palesarsi. Restando alla prima lettura, ne avrei frainteso il senso, la bellezza di romanzo vero.

Ed ora sto a chiedermi quale fatica ha compiuto Bajani a scriverlo.
Perché parla della sua famiglia – padre madre, sbrigativamente della sorella maggiore, di sé stesso. Parla delle disfunzionalità sofferte e della forza impiegata per viverle. Scrive di patriarcato sulla sua pelle. Incidentalmente ricordiamo il suo anno di nascita – 1975, di approvazione del Diritto di famiglia, prima picconata sulle costruzioni di legge che consentivano la primazia maschile – capofamiglia, si diceva e si dice.

L’idea trasmessa è della sbobinatura dei suoi nastri mnemonici nei quali trova le risposte alla domanda di come l’evoluzione della sua storia familiare abbia avuto sviluppo.
Il vissuto dalla madre ha genesi consolidata nella subalternità di donna – sia figlia che moglie, e declina un ruolo prigioniero del paradosso (mi pare di Kosseyni) della figlia dell’Imam che andata in moglie si lamenta con il padre di essere stata picchiata dal marito. “Bene! E se lui ha picchiato mia figlia io mi vendicherò picchiandogli la moglie” – cito a memoria e accenno di fuga alla figura del “doppio vincolo” di Watzlawich e Bateson.

Un romanzo sul patriarcato. Crudo intenso sofferto.
Che non ci esclude dal doppio vincolo. Il fatto stesso che se ne parli è una crepa nel guscio culturale delle perduranti manifestazioni che la cronaca ci racconta. Colpi di coda che contribuiscono a far maturare una coscienza ed una cultura che inizia a darsi convinzione.

Restano macerie. Che alterano il paesaggio, rischiando l’abitudine al tragico del fatto statistico.
Nel caso di Bajani le macerie sono il guscio di chi abbandona il nido. Perché il patriarcato non è solo la relazione tossica tra uomo e donna, ma – nella famiglia il dispotismo manipolatore di un uomo sugli altri componenti. “Neppure la cucina, spazio che le era stato socialmente assegnato, le appartiene davvero” (p.15);non uscivano assieme “la portava a passeggio” (p. 16); “compare negli album di mio padre (…) a completare il ritratto di lui” (p.18-19) Perché “non trovava il suo orologio da polso” – ragazza – “attraversa Roma in autobus con una sveglia da notte in mano”: temeva la mancata puntualità. (p.20).

Usa “un bisturi grammaticale” (p.22) per fare della madre un personaggio da romanzo.
Poche amicizie (verso le quali il padre disse che sentiva di avere un potere nel provocare le malattie alle persone” p-35), un’occasione di lavoro come cassiera in un market di quartiere “Rubricato come svago” (p.39). Non una rinascita, comunque un momento con il lavoro al supermarket aveva qualcosa da raccontare” (p.40) una persona che “venne colpita a morte e sopravvisse lasciandosi morire (p.43).

Anche il trasferimento da Roma al Piemonte è scevro da sospetti: vivranno al confine con la Francia dove per lei le cose non cambiano: “E poi la sera sedersi e ascoltare tutto quello che era successo agli altri “(p. 49). La settimana enigmistica come svago in un menage dove “lui voleva che lei fosse niente per potere, lui, essere qualcosa, e lei voleva essere niente perché essere niente era almeno qualcosa” (p.57).

Il tradimento. L’immancabile violenza, brutale.
Nel romanzo inspiegata ma costruita come ineluttabile. In una spirale dove si arriva al “paradosso, per cui, pur essendo mio padre a mettere la casa a ferro e fuoco, fosse lui a dovere perdonare, in una misteriosa distribuzione a pioggia delle colpe” (p-72).

È una “costellazione di accessi d’ira, di un quadro psichico complesso e di un retaggio fascista negato ma sostanziale nei comportamenti (p.77). Sulla categoria del perdono ritorno a quanto scrive Valentina Mira – ne riassumo il dialogo: “Sì sono stata violentata” risponde alla sua esplicita domanda; “Io ti perdono,” le risponde lui: “Ha fatto anche cose buone il mio fascista, Perdonarmi per essere stata stuprata non è mai stata una di queste”. (Valentina Mira, Dalla stessa parte mi troverai SEM, 2022, p.49, € 17,00).

In una dialettica disturbata, nulla manca alla loro disfunzionalità, quando la madre ritorna a Roma il padre si arroga il ruolo di vittima – “Vittimismo sparato in faccia all’interlocutore. Il tutto si traduceva, su di me, in immediate contrazioni addominali e in un’accelerazione del battito cardiaco” (p.96). Un ecosistema familiare che impone la disintossicazione di dieci anni – “Sono stati i dieci anni migliori della mia vita” (p.13).

Perciò la psicoterapia. Uno scavo psicologico completo e oltre non è corretto continuare vedendo un uomo mettersi a nudo come l’esito di un processo di analisi.

Ruggero Roggio

Articolo precedenteGiustizia è democrazia
Articolo successivoIl rinascimento delle cave