Lettera ad Annino Mele

Ti ho conosciuto, Annino, un anno dopo che eri uscito dal carcere in libertà vigilata.

Apparivi comunque un uomo sicuro di sé, un uomo che, pur avendo alle spalle un passato pesante, guardava l’interlocutore dritto negli occhi.

Eri da tempo nominato il bandito-scrittore, dalla tua penna erano usciti già tanti volumi.

L’occasione era la presentazione della riedizione del tuo primo libro Il marchio del bandito. Voglio riprendere il mio posto nella vita.

Una serata interessante a discorrere non tanto e non solo di ciò che era il libro, quanto di ciò che esso rappresentava, la strada scelta da te per arrivare all’uscita e lasciarsi dietro il buio del carcere.

Era difficile per tutti entrare nel merito, era difficile per tutti fare domande e solo la serenità, forse vera o forse solo magistralmente da te rappresentata, ci spingeva comunque ad andare avanti.

Abbiamo virato a parlare di riscatto, di pena retributiva e riparativa, di disperazione del carcere, di difficoltà di riorientamento in un mondo lasciato più di trent’anni prima, di forza e di resilienza.

Ma rimaneva giustamente nell’aria la pesantezza di tutto ciò che era accaduto, quel marchio che indossavi con finta leggerezza, ma che segnava ogni nostra parola.

Eppure occorreva percorrere assieme a te una strada nuova, senza dimenticare tutto ciò che la strada vecchia rappresentava.

Eri pronto a rispondere a tutto, a non rinnegare niente del passato, a guardare con occhi diversi alla tua storia e a collocarla in un contesto in cui molti erano stati costretti a recitare parti abbastanza pesanti.

Il tutto non per cercare attenuanti di qualsiasi genere ma per collocare nel giusto ambiente anche i fatti delinquenziali.

Conoscenza essenziale per capire la contraddizione di due leggi diverse, da una parte una legge antica che imponeva obblighi di vendetta e di pari ritorsione e dall’altra la legge dello Stato che imponeva comportamenti diversi e la cui giustizia si esplicava nella forza militare e nelle condanne dei tribunali.

Chiacchierare con te significava immergersi in un mondo lontano, in un tempo antico dove il senso di giustizia era connaturato alla vita che si svolgeva uguale da secoli.

Era facile ricordare la volontà repressiva dello Stato, l’occupazione militare con controlli asfissianti che si estendevano a tutta la popolazione.

Nello stesso tempo era impossibile non riconoscere che la violenza di poche persone condannava tutti noi a quel marchio di bandito, che nella percezione comune essere sardi significava essere delinquenti.

Ma agire in quello che in qualche modo ritenevi giusto non ti esimeva dal tenere comunque presente una società nuova che avanzava, uno Stato che cominciava ad offrire servizi vari ma che chiedeva il rispetto delle sue norme, sapendo che aveva la forza per imporle.

Allora la voglia e a volte la necessità di seguire strade tramandate diventava una sfida impossibile, un combattimento inutile che, alla fine, nemmeno la tua piccola comunità riusciva più a capire.

Ma il dovere di rispondere a te stesso diventava un alibi per andare avanti, per proseguire su una strada che gli avi avevano indicato e che molti altri prima di te avevano seguito.

Certo aver attraversato tutto questo, aver pagato fino in fondo il tuo debito va a tuo merito, non chiedere perdono per ciò che hai fatto ma accettarne le conseguenze dimostra una grande forza di volontà, diventa un messaggio di coerenza granitica in una vita in cui niente ti è stato risparmiato ma forse in cui niente hai risparmiato ai tuoi nemici.

Tutti questi ragionamenti, caro Annino, mi hanno ossessionato in quella serata di giugno 2019.

In seguito, abbiamo proseguito a ragionare con te e anche con il giudice nostro conterraneo di “Probomines” di uomini rispettati capaci di mediare tra i mali che ci portiamo addosso e che stanno intorno a noi.

Domani, 14 giugno, a Berchida, in un mare di sogno che solo a guardarlo evoca spazi immensi di libertà parleremo della tua ultima fatica letteraria.

“Il bandito e il santo” ripercorre la tua vita sulla scia di un confronto con un giornalista che, regalandoti in carcere una macchina da scrivere e tanti fogli bianchi, ti ha indicato la strada per riconquistare te stesso in mezzo a tutti noi.

Antonio Murru

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