Patriarcato e femminismo

Il libro di Claudia Sarritzu Il patriarcato nel nuovo ordine mondiale. Responsabilità delle leader donne e machismo femminile” (Catartica, 2026) ha il merito – e il coraggio – di tentare una lettura (le impervie analisi) sulla questione femminile nascondendo alla lettrice ed al lettore le comode pantofole intellettuali del luogo comune e del quieto vivere.

Quasi una chiamata di correo, verrebbe di dire, a muovere la riflessione su una analisi ancora allo stato embrionale, seppure con ponderosi studi alle spalle e orizzonti amplissimi per ulteriori riflessioni.

Quasi un brogliaccio di appunti: l’imporsi dell’esigenza di un tracciato di riflessioni e analisi da approfondire. Consapevole, per ora, di aver indotto chi legge ad interrogarsi, ad “avere più dubbi che risposte” (p.156) ma che l’intento prefisso è di “aprire una nuova fase di discussione intorno al patriarcato” (ivi). Si avvale, per scriverlo, dello strumentario professionale della giornalista libera e militante: l’intervista e la curiosità competente di chi la materia ben conosce.

Rispondono alle sue domande esponenti di varia formazione per un quadro d’assieme articolato e rappresentativo: Carla Bassu, Irene Testa, Ester Cois, Marilù Oliva, Ciro Auriemma, Vera Gheno, Claudiléia Lemes Dias, Silvia Boltuc, Asmae Dachan, Giada Massetti, Carla Vagnoli. Inoltre pubblica le sue riflessioni sulla condizione femminile – e sulle ferite aperte, di Palestina, l’Iran, il Rojava e la Groenlandia.

Il paradosso delle donne Palestinesi e della loro identità conflittuale mediante il velo – l’hijab, mentre per l’opinione pubblica occidentale è segno di subalternità della donna ai poteri del patriarcato islamico.

Qui raccontandoci che nel 2025 la Premier danese Mette Frederiksen chiese scusa alle donne groenlandesi perché una sentenza aveva riconosciuto la Danimarca responsabile dell’atroce “sterilizzazione forzata di circa 4500 donne groenlandesi” (p.152). avvenuta negli anni al fine di contenere i costi del welfare connessi alla maternità.

Chi lo sapeva? Confesso la mia ignoranza seppure Lulu Miller nel suo “I pesci non esistono” riferisse dell’eugenetica in certi Stati USA ai primi del 900 – terribile. Ma al di là della conoscenza fattuale restano aperte domande e contraddizioni.

Ed una convinzione: che il patriarcato “vive e vegeta in molte donne di potere che hanno copiato e incollato il modello maschile di gestione della politica e dell’economia facendone il loro stesso modus operandi” (p.16). I perché.

Forti condizionamenti culturali: l’esempio è dei “rigidi canoni di mascolinità e femminilità, che hanno … condizionato tanto la nostra educazione” (p.19) con il risultato di concentrarsi “più sugli obiettivi di parità da raggiungere che sulla consapevolezza di noi stesse” (p.21).


Oggi la battaglia per una società che fondi la democrazia sulla parità di genere si accorge dei significati del trumpismo e delle declinazioni che Vannacci ne fa, slatentizzando convinzioni che si credevano in via di superamento, ricompare il timore “delle gabbie di genere, ovvero percorsi educativi standardizzati, rigidamente binari” (p.28), mentre si deve constatare che “il potere patriarcale sulle donne può essere esercitato anche da altre donne” (p.30).

Va fatta una distinzione tra l’analisi femminista che è essenzialmente politica e le rispondenze a questi input con gli approfondimenti storici e sociologici a sostegno di analisi, lotte e rivendicazioni.

A questo aspetto dà risposte la bella intervista a Ester Cois, sociologa, che mette le grammature corrette a concetti quali matrilinearità e matriarcato, femminismo intersezionale, discriminazioni coloniali. Ci spiega che “il patriarcato …è … un sistema molto complesso e stratificato che opera a livello istituzionale tramite le leggi, l’organizzazione dei diritti, e a livello economico con la divisione sessuale del lavoro” (p.63).

Come lavorare per una società post-patriarcale? Certo rifiutando “l’associazione del potere con la dominanza”, una società “dove le differenze non diventano per forza disuguaglianze, quindi non fondano gerarchie” (p.67).

Il libro è una importante riflessione che merita di essere discussa e sviluppata.

Mi permetto di suggerire, per una auspicata riedizione, un editing più attento dacché ho rilevato numerosi refusi che sottraggono appeal ad una bella e arricchente lettura.

Ruggero Roggio

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