Da tanto tempo desideravo scrivere qualcosa per condividere il ricordo di Zio Francesco con i lettori, trovandomi puntualmente indeciso tra il voler raccontare l’uomo di fede o semplicemente il figlio o fratello, uno zio, in una dimensione più familiare.
La scelta alla fine è ricaduta su entrambe ma dalla mia prospettiva, legata alla quotidianità della sua storia, a ciò che di lui facevo mio mentre mi stava accanto.
Perché Zio Francesco, prima ancora di essere un sacerdote era soprattutto un uomo legato alla sua famiglia, sempre presente nelle vicissitudini che negli anni si sono susseguite e devoto a mia nonna Maria Rosaria Coronas.
Ricordo sempre con grande emozione quando di fronte a tutta la famiglia si commosse ringraziando Dio di poter gioire ancora della sua presenza, nonostante i vari problemi di salute e gli anni che ormai minavano la sua vita. Per lei e per i suoi fratelli celebrava messa in casa ogni volta che se ne presentava l’occasione, durante le festività o le riunioni di famiglia; un privilegio di cui ognuno di noi ne comprendeva intimamente il valore e la fortuna.

Lo portiamo nel cuore come un grandissimo esempio di forza; un invito ad avere riconoscenza e a gioire ogni giorno di quello che abbiamo al di là delle difficoltà, per il solo fatto del poter vivere e condividere ancora.
Era fortissimo il suo attaccamento ai nipoti: di ciascuno di noi ricordava il compleanno e puntualmente si assicurava che i nostri risultati scolastici o lavorativi fossero soddisfacenti, tutto con una premura disarmante, senza pretese, al contrario stimolando il miglioramento continuo, come sfida e slancio verso il futuro.
Conosceva bene la fatica.
Si era formato con grandissimi sacrifici tra Cuglieri e Sassari, manifestando sin da giovanissimo la volontà di voler entrare in seminario, sia per richiamo devozionale sia per completare gli studi.
È proprio in questi anni che nascono e si rinforzano le amicizie con altri sacerdoti provenienti da ogni zona della Sardegna, che poi gli rimarranno per tutta la vita; molto spesso di origini umili come la sua, erano accomunati da una fede fortissima e da una vivacità intellettuale tipica di una generazione che voleva costruire basi solide per il futuro delle parrocchie isolane. Ne parlava di frequente, ci raccontava le loro storie.
Proprio durante il seminario nasceva la sua grandissima passione verso i temi classici, la lingua latina, la storia antica e moderna. Una memoria eccezionale che gli era valsa la fama di primo della classe, affamato di conoscenza; quel bel sapere, purtroppo, sempre più raro.
Quanta nostalgia dei suoi racconti.
Della sua formazione ricordava ogni nozione, il suo pensiero era elastico. Mi torna in mente quel giorno, al mio terzo anno di Liceo, quando corsi a casa sua disperato in cerca di aiuto per la traduzione dal latino del proemio dell’Eneide di Virgilio, e lui, con una sola lettura, “ecco fatto!” Naturalmente, senza l’ausilio del vocabolario, perché di ciascuna parola conosceva la declinazione esatta, le particolarità, le regole e l’etimologia.
Un vero prodigio: paziente nell’imparare, con un forte senso di abnegazione e la certezza che qualsiasi cosa potesse arricchirlo. “niente è banale”, amava ripeterci.
Nato nel 1928 a Siniscola, aveva vissuto in una realtà ben lontana da quella che conosciamo, imprigionata nel pragmatismo della vita e con la sola prerogativa, per molti giovani, di continuare la tradizione agro-pastorale dei propri genitori. A pochi di loro era concesso allontanarsi dalla routine domestica per proseguire le scuole.
Erano i tempi delle privazioni e le difficoltà si affrontavano con il duro lavoro. Il sostentamento familiare aveva la priorità e solo la buona riuscita di un raccolto o la salute degli animali poteva garantire prosperità nei mesi successivi. Questo ciclo si ripeteva ogni anno, da sempre, in una comunità matriarcale, in cui le donne gestivano l’educazione dei figli e le economie domestiche. Un tempo di grande coraggio e rigore, senso del dovere.
Zio Francesco aveva visto con i suoi occhi la durezza della vita e di questo si era forgiato, unendo le braccia alla mente e rimanendo ancorato alle sue radici, a principi semplici da trasmettere ad ogni costo in ogni passo della sua esistenza. Con questo spirito, coltivava insistentemente la generosità d’animo. Le testimonianze del suo valore umano ancora oggi ci sorprendono. Molto spesso aiutava famiglie in difficoltà, nel totale silenzio e con discrezione. Tutti meritavano tempo, attenzione, ascolto: lo aveva imparato da sua madre, che ancora oggi molti paesani ricordano per il suo carattere mite e la sua convivialità.
Quando arrivò nella colonia penale di Mamone, nel 1965, non passò molto tempo prima di guadagnarsi l’appellativo di “Cappellano buono”. Un quarto di secolo vissuto a contatto con la fragilità vera e diventata l’impronta più incisiva del suo sacerdozio e della sua concretezza.
Sa che la conoscenza è un potente strumento di riscatto e così porta in carcere il corso di scuola Media.
In famiglia, quell’esempio di rinascita diventa il suo modo di prepararci alla vita, a guardare sempre avanti, a non essere troppo duri con noi stessi. Padre spirituale dentro e fuori le mura carcerarie: non ricordava neppure lui, quanti giovani aveva preparato per la selezione della Polizia Penitenziaria, tutti presi per mano e incoraggiati a studiare con tutte le forze, perché quella opportunità, nella maggior parte dei casi, poteva cambiare il destino. Così, in un periodo segnato da disoccupazione giovanile e da flussi migratori verso il nord Italia, quello a cavallo tra gli anni 80 e 90, molti ragazzi ce l’avevano fatta:il suo impegno aveva creato speranza.
La stessa speranza, a cui insisteva di ispirarci e di non allontanarci mai.
Nel 1977 il Presidente Giovanni Leone lo nomina Cavaliere della Repubblica; nel 1982, è il Presidente Sandro Pertini a conferirgli l’onorificenza di Ufficiale della Repubblica; nel 1991 Francesco Cossiga lo insignisce del titolo di Commendatore della Repubblica. Tutto lo rappresenta.
La Piazza a lui intitolata è stata motivo di grande orgoglio e commozione per la nostra famiglia ed è curioso che proprio nello stesso punto si trovi la biblioteca del paese, trasferitasi qui dopo la sua morte improvvisa nel 2007. È un luogo in cui si sarebbe sentito a suo agio, avvolto dalla magia di scegliere un libro e di lasciarsi rapire ogni giorno da qualcosa di nuovo.
A volte, mi capita di pensare che il suo nome sulla targa sia l’invito rivolto a tutti di oltrepassare quel cancello per cogliere l’occasione di ritrovarsi nel mondo delle parole, dei testi e della cultura. Forse, per ricordarci che quello che oggi diamo per scontato, come il gesto di avvicinarsi alla lettura e allo studio, solo qualche decennio fa era un grandissimo privilegio concesso a pochi.
Lui era mio zio Francesco Migliorisi e la sua eredità è concreta. Un lascito di insegnamenti preziosi che spero di aver ravvivato in quanti lo hanno conosciuto e amato.
Giuseppe Pillitu
Foto gentilmente concesse dall’archivio personale di suo fratello Natalio Migliorisi.










