Alcide Pierantozzi, Sbilico, (Einaudi, 2026) concorreva per il premio Strega oltre che nella cinquina del Campiello – siamo tifosi, confesso, perciò, lo speravo – con ambizioni di podio.
Un libro che associa la dimensione biografica alle particolarità della storia: la profondità umana della narrazione potrebbe sovrastare la scrittura, ma – nonostante l’immediatezza di un’autoconfessione, di una deposizione liberatoria, sentiamo prevalere forti la forma e formula narrative: fa ottima letteratura.
Spietatamente sincero, amaramente ironico ci racconta nel dettaglio le manifestazioni delle sue neurodivergenze, togliendo – a noi neurotipici, il sostegno dei luoghi comuni e delle convinzioni di comodo nei confronti dell’universo dell’autismo, “conosciuto” per sbrigativi luoghi comuni.
Dobbiamo essere suoi interlocutori, ascoltarlo. Condividere le sue quotidianità.
C’è una sua intervista on line – guardatela. Vedrete un ragazzo che rassomiglia a Ibrahimovic:
“Ho una massa di cento chili per un metro e novantadue e occupo parecchio spazio, anche se il peso della mia disabilità psichica eccede di molto quello del corpo” (p. 16).

Dichiara il manifesto della sua ricerca letteraria: “Ho sempre pensato che lo scopo della scrittura fosse interrogare la realtà in cui viviamo – non di mettere indubbio la realtà in quanto tale” (ivi), seppure la sua realtà abbia notevoli specificità.
Ad esempio l’attenzione alle parole – dalmata, macchia nera semiovale (descrive il suo cane) –: “Queste parole pigre, che sono solo uno stretching cerebrale, mi calmano, fungono da riassetto logico. Sono l’ultimo riparo tra me e l’irreparabile” (p.22).
Costruendo una circolarità di pensieri che si sparpagliano facendogli immaginare di andare in bagno e perdere gli organi e porre la domanda sul pc «perdita degli organi durante la defecazione» a Google avendo risposta «possiamo aiutarti» e un numero verde (ivi).
“La proboscide dell’ansia”, così definisce nel capitolo “Vedersi impazzire”, lo stato di chi è seguito dai migliori medici ma trova qualcuno pronto a suggerirgli “uno bravo” ma poi leggendo apprezzi la risposta farsi letteratura “ogni offesa la vivo come una pugnalata inferta dall’ombra di un coltello” (p. 24).
Consolandosi, se posso permettermi questa parola, nella idea che “La maggior parte delle persone non sa distinguere tra la disabilità psichica e quella intellettiva” (p.26).
Omosessuale, scrive “Ho fatto due tiri d’erba e ho impugnato il pene flaccido, la zona vedovile del mio corpo. Solo così, fumando, riesco a farmelo rizzare un po’” (p.30); e sarà spassosa la sua richiesta di dosaggi di farmaci e fumo auto prescritto per non interferire con la libido, cogliere la meraviglia dei medici che vogliono convincerlo ad una assoluta passività, perché “L’impotenza di paziente psichiatrico gay non rappresenta un problema” (p.65).
È difficile capire lo statuto di sofferenza di un uomo, stupirsi del suo percorso sapendo che in parallelo vive la fatica di ricomporsi: “C’erano in me due o tre bambini che non riuscivano a mettersi d’accordo su niente” (p.113): è questo il significato del libro, l’indeterminatezza del tempo di vita –
“Vivo lo sbilico e nello sbilico delle cose” (ivi). Intanto elabora la sofferenza di un fratellino morto e le lacerazioni che questo lutto creano nella famiglia, un padre assente dopo la sua morte, tutto preso dalla fabbrica di pelli; lui che durante le crisi trova rifugio nel letto della madre.
I nonni che l’hanno cresciuto ed il suo percorso di studi – fuori sede a Milano (coglieremo il sacrificio di un fratello che lo ha accompagnato) – nato da una passione: un dizionario ritrovato in seguito ad un incidente stradale, sulla strada; dei tanti libri sceglie di prendere quello: “Dizionario dei sinonimi e dei contrari, De Agostini a cura di Delio Cinti” (p.132).
E comincia a tuffarsi nella lettura delle parole che “nella mia testa azzurreggiavano, e inevitabilmente cominciarono a entrare nei miei discorsi” (p.134). Parole che pretende di poter rendere alla pagina, piegare ai tempi autistici della scrittura, ai suoi riti particolari, alle sue stereotipie – comunque scrivendo, pur nell’impossibilità di avere complicità nello stabilimento balneare che frequenta chiedendo di abbassare il volume della musica.
Rispetto all’analisi degli psichiatri lui, Asperger non diagnosticato ma supposto (ha rifiutato i test), grazie alla scrittura si sottopone ad una risonanza magnetica più invasiva e moderna – quella dell’autocoscienza per cercarsi equilibrio nelle disfunzionalità delle neurodivergenze ed esplorare lo statuto del suo dolore: “Sono il prodotto fisico di una sofferenza più forte della mia. Di una sofferenza così intensa da essersi attuata, o forse suicidata, nella mia carne” (p.162).
Parole forti, terribili; eppure mai ti spingono a moti di compassione: tanta immediata sincerità chiede solo attenzione, ascolto e lo fa mediante una capacità letteraria di assoluto rilievo.
Esorcismo di scrittura – “Sono qui per accantonare la malattia, per scrollarmela dieci minuti di dosso” (p.207) – elaborazione di un lutto mai compiuto che affida alla vergata e affidata alle pagine il compito di non cedere alla sopraffazione di un qualsiasi degli insetti che abitano le metamorfosi letterarie, sperando che in tal modo si restituisca famiglia alla famiglia.
Segni particolari – bellissimo.
Forza Alcide.
Ruggero Roggio






