Ascoltare il silenzio

Fare rete tra i comuni per battere lo spopolamento: il Cammino di S. Barbara come modello di sviluppo dal basso

Ci sono storie che non si limitano a raccontare il passato, ma scelgono di abitarlo per inventare il domani.
Nelle zone interne della Sardegna, dove il silenzio dello spopolamento rischia spesso di farsi cronaca rassegnata, c’è un’infrastruttura verde e culturale che sta invertendo la rotta, dimostrando che la memoria non è un museo polveroso, ma un motore economico reale.

Parliamo del Cammino Minerario di Santa Barbara, un itinerario che sotto la guida del dott. Mauro Usai — nella sua duplice veste di Sindaco di Iglesias dal 2013 e Presidente della Fondazione — è diventato un laboratorio a cielo aperto di innovazione e resilienza territoriale.

Il cuore del dibattito attuale si concentra su una sfida cruciale: come si possono modernizzare i servizi e le infrastrutture dei paesi interni senza snaturarne quell’identità selvaggia e autentica che affascina il mondo?

La risposta a questa sfida non risiede in formule calate dall’alto, ma in una precisa filosofia politica e amministrativa. Come riferisce con forza il dott. Usai, “il cambiamento può avvenire solo dal basso“.

La vera svolta del modello Cammino Minerario di Santa Barbara sta nella capacità di fare rete tra i comuni in modo totalmente orizzontale, superando i vecchi campanilismi e le gerarchie istituzionali.

Nelle aree interne, muoversi individualmente ha storicamente alimentato la frammentazione e l’isolamento. Rompere questo schema significa applicare una cooperazione paritaria in cui il piccolo borgo di poche centinaia di abitanti ha la stessa centralità strategica e la stessa dignità della città più grande.

Invece di competere per attrarre lo stesso turista, i comuni integrano i primi servizi legandoli alla rete del percorso: se un paese offre l’alloggio, quello vicino garantisce l’esperienza culturale o la ristorazione, generando un’economia circolare e diffusa guidata proprio dai passi dei pellegrini e dei camminatori.

È questa progettualità partecipata, che parte dall’ascolto delle comunità e dei giovani lungo le tappe dell’itinerario, a trasformare i singoli paesi da “isole” vulnerabili a nodi di una rete solida e solidale.

Su questa base democratica si innesta la seconda colonna del progetto: il recupero del patrimonio dismesso.

Esiste un immenso capitale pubblico e privato, spesso ignorato perché si ritiene erroneamente più economico costruire ex novo, che attende solo di essere riabitato.

Riqualificare le vecchie strutture minerarie, le vecchie ferrovie e gli stabili abbandonati che costellano i 500 chilometri del Cammino di Santa Barbara significa ridare una funzione civile ed economica a luoghi che hanno fatto la storia del lavoro in Sardegna.

I dati, del resto, certificano il successo di questa visione.


Dal 2017 a oggi, lungo il tracciato del Cammino, si è registrato un incremento impressionante del 250% delle strutture ricettive extra-alberghiere. B&B, affittacamere e piccole locande nate nei borghi sono il segno tangibile che quando il mercato di prodotto è efficace e la rete orizzontale funziona, i privati rispondono.

A supportare questa crescita è intervenuta una forte spinta alla tecnologia promossa dalla Fondazione.

Accanto alla Miniera Card digitale, che mette in rete servizi e camminatori, lo sviluppo infrastrutturale ha visto l’integrazione delle tecnologie RDS (Radio Data System). Questa implementazione permette una diffusione capillare di informazioni di servizio, aggiornamenti culturali e avvisi di sicurezza in tempo reale, garantendo una copertura informativa continua che unisce i borghi e le aree più isolate lungo i sentieri. Tuttavia, la voglia di fare dei giovani si scontra ancora con una burocrazia complessa.

La prima vera infrastruttura di cui il territorio ha bisogno è la semplificazione.
Diventa prioritario immaginare sportelli unici che sappiano fare chiarezza sui percorsi burocratici, sull’accesso al credito e sull’utilizzo strategico dei fondi europei, affinché l’entusiasmo di chi decide di restare e fare impresa sul percorso di Santa Barbara non venga soffocato dalle carte bollate.

Ma chi è il viaggiatore che percorre questi sentieri?
Siamo davanti a un profilo ben lontano dal classico turista da “spiaggia e litorale”. Chi sceglie il Cammino di Santa Barbara possiede un bagaglio culturale e una sensibilità particolari: non cerca l’artificio, ma l’incontro autentico con le popolazioni, con i loro usi e i loro costumi.

Questo camminatore vuole comprendere la stratificazione profonda dei luoghi.

Nel caso dell’epopea mineraria, cerca un’identità che ha un respiro internazionale, ma che affonda le radici nell’economia operaia e nel vissuto delle famiglie dei minatori, una storia fatta di fatiche, di lotte sociali e di straordinaria dignità.

La grande scommessa culturale del Cammino è riuscire a emozionare con questi contenuti anche il turista balneare, stimolandolo a lasciare la costa per scoprire la meraviglia dei borghi interni.

Un racconto che non si ferma alla terraferma. La storia mineraria si proietta da sempre verso il mare: i moli dismessi che si incontrano in alcune tappe costiere del Cammino raccontano i punti d’imbarco del minerale verso Carloforte, garantiti dal lavoro storico dei battellieri.

Recuperare questa storica “via del mare” e integrarla con i percorsi interni significa restituire la complessità geografica e antropologica di un intero territorio attraverso l’esperienza del viaggio lento.

La vera svolta contro lo spopolamento, però, guarda oltre il turismo temporaneo.

I borghi interni attraversati dalle tappe del percorso, con i loro ritmi a misura d’uomo e la loro bellezza incontaminata, rappresentano lo scenario ideale per il lavoro da remoto.

Il Cammino di Santa Barbara si candida così a intercettare i nomadi digitali, non solo per ospitarli qualche settimana, ma per favorire un ripopolamento che si auspica strutturale e permanente.

Per farlo, l’apertura deve essere totale: servono connessioni veloci, servizi agili, sistemi informativi integrati e, ancora una volta, quella semplificazione burocratica che permetta a chi arriva da fuori di sentirsi immediatamente parte di una comunità viva.

La Sardegna interna, riscoperta a piedi passo dopo passo, non vuole essere un nostalgico ricordo del passato, ma uno spazio aperto al futuro.

Cristina Oggiano

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