Economia circolare

Aiutati che la filiera ti aiuta.

Nei giorni scorsi è successo l’impensabile.
Decine di comuni si sono trovati nella condizione di dover interrompere la raccolta della plastica, i più fortunati l’hanno solo preannunciata.

“Com’è possibile!”, ci è scappato di commentare e non solo.
Perché l’idea di lasciare i rifiuti dentro casa o nei propri spazi esterni per un periodo indefinito, un disagio lo crea eccome; un disagio minore rispetto ad altre frazioni di rifiuti come l’umido, ma stazionando nei sacchi, anche la plastica è capace di formare odori sgradevoli che sommati a quelli del vicino…

Insomma, una condizione inconcepibile, sentita con più preoccupazione dalle utenze non domestiche nel periodo di maggiore produzione di quantitativi.

Per capire bene cosa è successo dobbiamo parlare dei Consorzi di Filiera.

COREPLA è uno di loro ed è responsabile del ritiro degli imballaggi della plastica a livello nazionale, del recupero e della consegna al produttore finale che la ributta nel mercato vestita a nuovo. Insieme ad altri consorzi distinti per tipo di materiale – carta e cartone, alluminio, vetro, sette in tutto – fa parte del Sistema CONAI (Consorzio Nazionale Imballaggi), un organismo di garanzia con funzione di coordinamento. Esistono anche altri consorzi autonomi e tutti sono inseriti in un quadro normativo nazionale ed europeo che confermano il ruolo determinante della cooperazione tra il sistema pubblico e quello privato.

Sottoscritta una apposita convenzione, infatti, ogni comune, attraverso il proprio gestore, si impegna a svolgere la raccolta differenziata dei rifiuti di imballaggio di origine urbana che il consorzio di filiera, a sua volta, si obbliga a ritirare presso i centri di conferimento per avviarli al riciclo. Ognuno gestisce il proprio pezzetto.

Schema recupero plastiche

Oltre al vantaggio di tipo gestionale, al Comune viene riconosciuto un corrispettivo economico che varia a seconda della quantità e qualità dei materiali conferiti. Ecco perché differenziare aiuta il portafogli.

Anche la Regione Sardegna ha un sistema di premialità-penalità rivolto ai Comuni per le performance della raccolta differenziata e tutte queste somme sono fondamentali per tenere sotto controllo il costo del ciclo integrato dei rifiuti.
Quando gli addetti ai lavori devono determinare le tariffe della tassa rifiuti fanno molto affidamento a questi contributi perché agiscono in riduzione della tassazione.

Ma torniamo al nostro problema con la plastica.
Finora è andato tutto bene, la filiera ha sempre completato efficientemente il suo ciclo.

Cosa è successo, quindi?

La questione, purtroppo, non è la carenza di spazi per lo stoccaggio e la selezione. Al riguardo, la Regione Sardegna ha reso disponibili nuove aree da utilizzare come misura straordinaria ma servono solo per guadagnare tempo, non risolve il problema.

Sta accadendo, infatti, che la vendita della plastica agli impianti finali sta rallentando bruscamente e di conseguenza l’intera filiera si intasa a monte.

Un rallentamento che esplode solo adesso ma le cui dimensioni erano note già dalla fine dello scorso anno, quando in un documento ufficiale, la Commissione europea, con grande preoccupazione, descriveva il riciclo come “un settore sottoposto a pressione per i costi energetici elevati e i prezzi bassi e imprevedibili della plastica vergine internazionale”.

Come una vera beffa, scopriamo che riciclare costa più che produrre plastica nuova; che il produttore europeo può trovare più conveniente comprare plastica vergine invece di plastica riciclata.

Io non lo avrei mai immaginato.

L’Unione Europea, benché ci si dimentichi spesso della sua esistenza, sta introducendo diversi deterrenti per contrastare questa deriva.

La più interessante, recentissima, sancisce l’obbligo per i produttori finali di garantire un contenuto minimo di materiale riciclato negli imballaggi in plastica, con livelli crescenti negli anni, fino al 2040.
La materia seconda, meno famosa della materia prima, deve aumentare!
Non possiamo che giudicarlo un tentativo ben strutturato di alimentare il mercato della plastica riciclata, un nuovo approccio, ben studiato, che cambia la prospettiva e offre davvero una soluzione per sostenere la filiera.

Naturalmente, l’UE non può chiudere le frontiere e impedire l’ingresso di plastica a basso costo e qui entrano in gioco altre leve, politiche ed economiche, che richiedono vera intellighenzia nelle sedie che contano!

Tornando a noi, la Sardegna parte da una condizione di insularità che ci espone più di tutti alle conseguenze di una crisi di filiera.

Siamo tra le zone più vulnerabili e forse anche sacrificabili del vecchio continente, basti pensare al giro che fa la plastica per arrivare nelle nostre case e a quello che deve fare per percorrere la via del ritorno, verso gli impianti oltremare.

A questo punto, c’è da chiedersi quali soluzioni compensative si potranno adottare per ridurre questo divario in partenza e soprattutto chi dovrà farsene carico, visto che quel principio di insularità appare ancora come un miraggio.

Se i sostenitori dello smaltimento indifferenziato e degli inceneritori ancora tengono banco, trascuro volutamente il discorso nucleare, gli obiettivi europei vanno in tutt’altra direzione e sono chiari: indietro, non si torna.

E questo ci consola perché significa che la crisi della filiera della plastica e di tutte le altre, se mai dovesse presentarsi, non rappresenta la fine del sistema della raccolta differenziata, piuttosto, anticipa una trasformazione radicale di metodi e norme.

Vorrei raccontare un episodio, prima di chiudere.

Qualche giorno fa, in occasione di un concerto, sono stati consegnati al pubblico, centinaia di ventagli rossi di plastica. Esattamente come quello riportato nella immagine qui sopra.

A fine concerto, un terzo di questi ventagli era a terra. Che lo si chiami ciclo dei rifiuti, integrato o di filiera, poco cambia: il cittadino ne fa parte, punto.

E il futuro, si sa, aiuta solo chi s’aiuta.

Genni Piras

Articolo precedenteContro lo spopolamento
Articolo successivoLa rosa inversa