“Non devo nulla a nessuno”, così termina il breve testamento di Platone, la sua immensa vita.
Penso invece – dopo aver finito di leggere il libro di Matteo Nucci, “Platone. Una storia d’amore” (Feltrinelli, 2026), a quanto noi tutti dobbiamo a lui.
Libro rilevante nella produzione letteraria del genere biografico arrivato secondo dietro Michele Mari allo Strega 2026. E quasi a completare il bagno nella cultura greca dopo il film Odissea di Nolan.
Ricordandoci Nucci in alcuni riferimenti nel testo che Elena, almeno per Euripide, a Troia non era mai arrivata, semmai un suo avatar, forse in Egitto – “Per che cosa avevano scatenato una guerra gli Achei, allora? Per “una vuota apparenza. Per “un nome soltanto”. In breve per un’illusione” (p.105). E le illusioni che il teatro comunica saranno formative lungo la sua vita.
Una biografia di Platone, completa e complessa, che segue la vita del filosofo da bambino sino all’ultimo momento, intrecciandola alle vicende storiche e culturali della Grecia e delle due sponde del Mediterraneo.
Sorprende la lettura, quasi una metafora del presente con molte citazioni che è bello cogliere. Ad esempio, una dove Nuzzi scrive “Ventiquattro anni dopo, Crizia e Carmide, zii del bambino appena nato, davanti al plotone di esecuzione allestito a Munichia, si sarebbero ricordati della mattina in cui si erano seduti davanti a quello stesso mare per discutere della partenza per Egina” (p.43), in tutto e per tutto simile a: “Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonello Aureliano Buendia si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui il padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio” (– l’avete riconosciuto? Garcia Marquez).

Perché – mi chiedo, questa citazione? Ed un’altra: “Aristocle andò a dormire presto” (p.56) quasi come Nutus in “C’era una volta in America”. Così ne affronto la lettura impervia, differente dall’idea che ne avevo iniziandola. I cavalli, bianco e nero, non sono figure mitiche ma animali che lui cavalcava e di cui soffrì la donazione in eredità al fratellastro più giovane.
La caverna è l’ignoranza politica delle masse, precondizione del mito studiato al liceo. Ecco – dimenticate di fare una lettura che rispolveri l’ansia di interrogazioni datate mitigando il senso di colpa di lacune da terza liceo.
No: scopriamo il Platone umanissimo, l’Aristocle che si innamora di Agatone che lo bacia e lo dimentica; della complessità della sua vita affettiva; del fascino del teatro, la formazione che esercita ad Atene, istituzionale potrebbe dirsi; dal Filottete di Sofocle Platone imparerà a conoscere “Odisseo, persuasore menzognero per eccellenza. La tragedia è tutta lì e non c’è bisogno di tornare su quel che infine essa stabilisce chiaramente: senza mentire è impossibile persuadere Filottete. Mentire per un fine nobile, ovviamente. Mentire per dire il vero” (p.117).
Leggeremo dei giochi olimpici cui partecipava in virtù di una complessione fisica che valse il nome al filosofo cui tutti siamo debitori. I due anni di efebia, il servizio di leva, potremmo dire, che svolge a difesa di Atene.
A parlarci di Platone è una “voce fuori campo” – lo Straniero, che lo fiancheggia lungo tutta la sua esistenza e racconta che “Quando rileggo le opere in cui sottolinea che solo senza invidia e senza gelosia si può riuscire a toccare e magari quasi afferrare la verità, ho la stessa vertigine che provai allora di fronte alla sua nudità di adolescente, confondendo il morso della fame di cui parlava il suo maestro con quello che tutti conosciamo come il brivido erotico” (p.103).
Il morso della fame, metaforico, è quella sferzata caratteriale che manca al giovane Platone per primeggiare nei giochi olimpici. Compenserà.
Confesso l’invidia mia. Ho avuto il privilegio di visitare Atene diverse volte e guardavo ammirato il Partenone, una città che non ha uguali. Nucci la anima, la rende viva: ce ne mostra la cultura, l’intenso sforzo formativo che la pervadeva.
Sofisti, drammaturghi, politici. Socrate. L’iniziazione ai Misteri. “l’impressione che il nostro corpo contenga l’anima dopo la sua caduta; la percezione del dolore che dobbiamo attraversare in queste vite (…); l’apparenza e la verità; le ombre fra cui ci aggiriamo senza accorgercene. (…)
Ci viene data la possibilità di fare una piena esperienza di morte. Questo il vero segreto dei Misteri” (p.149), o – come detto in precedenza “…l’abilità di adeguarsi a ciò che ci propone la sorte (…) è l’intelligenza di chi è abituato a muoversi tra le ombre della realtà” (p.129).
Una realtà che lo vede assetato di conoscenza, disposto ad andare a Cirene e in Egitto per approfondire i suoi studi: l’ora dei grandi maestri, perfezionarsi. E poi disse a Teeteto “L’anima va incontro a ciò che è in movimento e solo così possiamo sperare di raggiungere qualcosa di stabile” (p.194).
Ma anche, e questo è l’aspetto più chiarificatore del libro, la sete di vita di un uomo dove domina un “Eros tiranno. L’amore che invece di lanciarci verso le grandi conquiste ci spinge verso l’abisso” (p.357).
Ecco quindi le fiamme di Platone: Alkiss, Dione. Un principe siracusano parente di Dionisio il vecchio che segnerà la vita del filosofo, chiamato all’impresa di convincere un tiranno a fondare il suo dominio sulla legge, finendo venduto come schiavo.
Lui – ben consapevole della lezione di Socrate, i rimproveri allo zio Crizia la cui repressione di “ogni dissenso era il percorso malefico del flusso erotico” (p.428). Fonderà l’Accademia e tornerà a Siracusa invitato da Dionisio il giovane, constatando come filosofia e potere siano antitetici.
Grande libro, questo romanzo di Matteo Nucci, secondo al premio Strega dopo Michele Mari.
Romanzo complesso e impegnativo, una stesura di anni e di puntigliose ricerche a differenza del vincitore che vanta forse un record di scrittura: ventisette giorni.
Un’impresa, il tentativo di farci conoscere il fondatore della filosofia: “Come il cigno lieve e nobile che sa sfuggire alle reti dei cacciatori, egli si era sempre rivelato abile nella creazione di una rete inestricabile di immagini, tanto da rivelarsi capace, con la sua multiformità, di sfuggire a ogni possibile tentativo di interpretazione” (p.546).
Metafora quanto mai affascinante, un vero guanto di sfida da raccogliere. Buona lettura…
Ruggero Roggio






