“Le varietà di silenzio sono molteplici come quelle di pensiero. O di ascolto. Dopo che Francis ebbe letto l’ultima parola del verso finale dell’ultimo sonetto della sua corona, ci furono dieci diversi silenzi intorno al tavolo” (p.55) – così inizia il capitolo ottavo del capolavoro di Ian Mcewan, “Quello che possiamo sapere”, Einaudi 2025.
Un romanzo bellissimo, in due parti: la prima, di 21 capitoli brevi, racconta per distopia – siamo nel 2119 -, della ricerca di un componimento poetico del 2015, 2025. In questo lasso di tempo, all’indomani di avversità terribili che hanno dimezzato la popolazione mondiale per “riscaldamento globale, conflitti nucleari, città sommerse, economie collassate, ecosistemi distrutti, virus incontrollati” (p.211), l’Inghilterra è ridotta ad un arcipelago.
Notevoli mutazioni antropologiche: “Per quanto ne sapevo la mia composizione genetica era pachistana e scozzese bianca, più una serie di altri ceppi – dice Thomas – Rose indicò la sua come inglese bianca, maliana, pashtun più altre componenti sconosciute” (p.194).
Culturali: le discipline umanistiche soffrono lo strapotere di quelle scientifiche, forse perché le catastrofi hanno ridotto lo sviluppo presente rispetto al mondo che comunque aveva innescato il processo disgregativo.
In più gli studenti dei corsi di Thomas e Rose li spiazzano con una chiarezza disarmante: “Non siamo interessati al valore del pensiero storico né al casino del passato e non intendiamo frequentare il vostro corso” (p.146), che verteva sull’intelligenza artificiale.
La potenza egemone del 2100 è la Nigeria, nei cui cloud sono ampiamente consultabili le memorie del XXI secolo: “Attualmente abbiamo perfino accesso alle cronologie di navigazione di Francis e Vivien” (p.21) – i personaggi centrali della ricerca che assorbe Thomas. Ciononostante, seppure “Abbiamo rubato al passato il diritto alla privacy (…) È raro che una mail o un sms contengano riflessioni personali quanto quelle di una meditata lettera del diciannovesimo o del ventesimo secolo” (p. 22). Detto meglio, anche se “sappiamo più noi del ventunesimo secolo di quanto sapesse quel secolo del proprio passato” (p.23), la ricerca del poema sarà estremamente difficile. Quasi un’ossessione: “Ho un piede, se non due, nel passato io. Vivo laggiù, nel 2014 o 2025 che sia, non qui” dice Thomas, consapevole che Rose, la sua fidanzata, arriva ad ingelosirsi di Vivien, la moglie del poeta Blundy “(…) una presenza viva, una vicina di casa, una collega di dipartimento, un’ex amante, l’amante numero uno” (p.137).
È il 20 maggio 2019 quando Thomas Metcalfe (studioso della letteratura del 1990-2030) arriva nella sperduta biblioteca Bodleiana della Snowdonia (un castello stipato di settemila volumi: un’inezia, rispetto alle capacità documentali delle nostre attuali biblioteche) che conservava l’archivio privato della famiglia Blundy.
La sua ricerca verte sul “Secondo Immortal Convivio, col suo celebre poemetto perduto, Una Corona per Vivien, di Francis Blundy” (p.5). Spieghiamo: “Un componimento a corona era un’impresa formidabile. Il suo consisteva di quindici sonetti. L’ultimo verso di ciascuno doveva essere il primo del successivo. Il quindicesimo sonetto, la «la corona appunto», doveva ripetere i primi i primi versi dei precedenti quattordici e avere un senso compiuto” (p.18). È il suo regalo di compleanno alla moglie, in unica copia su pergamena, da leggere durante una cena di fronte ad una ristretta e selezionata cerchia di amici.
La maestria di McEwan è insuperata: nasconde nelle ridondanze del gossip l’inefficacia della ricerca. Di qui tutti i rumors sono presenti: mentre sul poema, i suoi contenuti e finalità sono generici gli accenni, le buzziaddi, (parola che meglio nel mio idioma esprime più di rumors il livello di conoscenza dei partecipanti) ci dicono molto – tutto dei partecipanti e quasi nulla della poesia declamata. Cioè, quello che possiamo sapere (il titolo va sempre tenuto presente) nulla rivela delle verità.
Su indicazione del bibliotecario della Snowdiana, Drummond, o meglio della sua nipotina – genio matematico, scoprirà che un numero ritrovato in uno dei diari di Vivien riguarda indicazioni topografiche, non di un telefono come ipotizzato. Segnato “il sito sulla mappa nigeriana” (p.187) organizzano una “caccia al tesoro” e, – gli stilemi narrativi sono di Robert Louis Stevenson (molto interessante un castone dove parla del genio scozzese) – troveranno seppellita una cassa a tenuta ermetica, concepita per durare nel tempo. Il ritrovamento fa incontrare il desiderio di Vivien di proiettare il suo presente nel futuro, facendolo combaciare nel presente di chi la troverà. Comunque uno sfalsamento significativo, il premio alla ostinazione di Thomas: in fondo, “Un milione di film, romanzi e saggi storici testimoniavano il nostro desiderio di tenere il passato con noi” (p.206).
Aperta la cassa trovano un violino ed il diario di Vivien. La cui lettura è la seconda parte del romanzo. Sarà una rilettura delle congetture di Thomas sul Convivio e diranno degli aspetti nascosti della cena di festeggiamento – degli ospiti e di un ambiente minuziosamente descritto. L’assenza di privacy, un gossip inutile: quell’ambiente. Che tutto dice e nulla rivela dei personaggi del romanzo se non quotidianità ininfluenti a connotarne l’essenza.
Mentre la lettura del diario di Vivien, invece, scopre. È lei che parla in prima persona, è lei la dedicataria del poemetto seppure molto si disveli nelle pieghe di Festeggiamenti, un libro dove Blundy la descrive anche nei tratti più intimi. Scopriamo Vivien: il lutto per una bambina perduta e la colpa sofferta. Un bambino salvato da un pedofilo abbandonato dalla madre disfunzionale in una stazione. Assisterà il marito malato quando si ammalerà di Alzheimer, avendo un amante che la lascerà quando la moglie lo scopre in un’ulteriore relazione extraconiugale.
Questi è l’editor del poeta e Vivien si vendicherà diventandone l’amante. Partecipavano, lui e la moglie, alla cena. È il flusso di coscienza – la coscienza narrativa – che spiega e rivela aspetti essenziali alla ricerca di Thomas, che, nonostante l’ostinata acribia, dovevano sfuggirgli. “Quel che restava – così Thomas legge nel diario di Vivien – non era nemmeno una donna ma una convenzione poetica, l’ombra di una donna proiettata sulla parete della caverna di un’immaginazione maschile” (p.128).
Leggendo questo immenso romanzo scopriremo donne libere che vivono dentro ruoli accettati, di certo sofferti, tali che comunque non ne scalfiscono il vissuto con giudizi moralistici. Di più: vedremo luoghi comuni che pretendono descrivere la vita di queste persone. Vedremo le apparenze consumarsi nelle spirali di fumo dei documenti, sottratti e dati alle fiamme, dell’archivio, depositato in una biblioteca, del cognato di Blundy, Harry (suo editor) con la moglie Jane “in contemplazione del falò, la pira funebre che ha allestito” (p.329).
La domanda: cancellando quanto di significativo possa ferire la sua memoria e il presente di vita della vedova, si può fidare Thomas delle ricerche sui documenti d’archivio?
Ho detto poco di un romanzo ambizioso, che mette a specchio due epoche e numerose caratteri. La sfida al lettore è nel titolo – Quello che possiamo sapere – facendomi pensare se, talvolta, sia meglio che non tutto si sappia. E non dico se il poema sarà ritrovato. Leggete il libro.
Nei vari e numerosi registri di scrittura presenti in questo grande romanzo una possibile, tra le diverse chiavi di lettura: la mia.
Ian McEwan è scrittore complesso – etico -, presente nel dibattito culturale.
“Quello che possiamo sapere” è anche un interrogarsi – in forma di romanzo – sul ruolo dell’intellettuale nel pericoloso crinale dei rischi di uno sviluppo distorto: pandemia, guerre, clima, Intelligenza Artificiale, brutale assenza di privacy. Lo fa con acutezza chirurgica e microscopica: si pensi che indirizza la nostra attenzione su un Blundy interessato al fentanyl come ipotesi di cura mentre ne discutono oggi Trump e Xi Jinping a latere della trattativa sui dazi.
È in gioco il ruolo del romanziere, intellettuale organico alla verità ed al dibattito politico presente. Ne aveva già scritto in “Lo scarafaggio” (Einaudi, 2019), ad esempio, è allegoria dell’impazzimento della Brexit. Si è interrogato nel “Lo spazio dell’immaginazione”, (Einaudi, 2022) prendendo spunto da un dibattito tra Orwell e Miller. L’intenzione del primo era di andare in Spagna per combattere il franchismo, Miller voleva dissuaderlo. Precisa George Orwell – “Nel ventre della balena” (Bompiani, 2021), che rifiutava questo arrendersi di Miller “al meccanismo del mondo, cessiamo di combatterlo o di fingere di dominarlo; accettiamolo semplicemente, sopportiamolo, registriamolo” (p.194).
Miller- scrive McEwan – “Credeva che la civiltà moderna fosse agli sgoccioli e a lui non importava un accidente” (op.cit., p.5). Da qui il significato di “ventre della balena”, cioè “un grembo abbastanza capace per un adulto” (p.188). Oggi si dice “comfort zone”?
Non fa di certo per McEwan e la sua capacità di leggere criticamente la complessità del mondo.
Ruggero Roggio






