Il pastore

Hai mai pensato a quanti viaggi iniziano con un primo passo?

Le persone vanno e vengono, quasi sempre di fretta, quasi sempre con una meta da raggiungere il prima possibile.
Anche chi è indeciso, in fondo, va: resta in movimento, pur non sapendo dove.
“Chi si ferma è perduto”, si dice.
Anche il tempo corre, le giornate e le stagioni si rincorrono più in fretta di quanto non ci piaccia ammettere, e spesso ci troviamo alla fine della corsa, senza renderci conto di quanto velocemente siamo andati.

Io, invece, prendo la vita diversamente. Non corro, non mi affanno.
Sono fatto per restare, e per aspettare. E ho sempre preso molto sul serio questo mio compito.

Sono nato per essere guardato, ma soprattutto, per guardare.

La prima cosa che ho visto è stata la bottega in cui sono stato creato in un giorno di autunno.
Ero posato su un banco di legno, sotto una luce che cadeva storta da una finestra stretta, mentre fuori il freddo entrava nelle ossa e nelle parole. La bottega profumava di gesso umido e di colori secchi, di polvere che si infilava dappertutto. Era un posto dove le cose nascevano piano, senza fretta, in cui lo scorrere del tempo sembrava incastrarsi tra le setole dei pennelli.

Ricordo le mani che mi hanno fatto. Mani grandi, segnate, con le unghie sempre un po’ bianche.
Mani che non parlavano molto, ma che sapevano cosa fare. Mi hanno versato nello stampo, aspettato, tirato fuori con attenzione. All’inizio ero solo una forma, uguale a tante altre. Poi sono arrivati i pennelli.
La pelle un po’ scura, come quella di chi passa tanto tempo all’aria aperta. Il cappello color terra. Le guance appena arrossate, perché anche un pastore di gesso, se deve sembrare vero, deve portarsi addosso il freddo delle mattine.
Eppure, prima che fosse tutto finito, qualcosa era rimasto imperfetto.

Una crepa, sottile, sulla spalla sinistra. Quasi invisibile. Ma la si sentiva.
Il segno lasciato da una pressione in più, o forse da una mano che ha premuto leggermente troppo. All’inizio ho pensato fosse solo un difetto da sistemare. Poi ho capito che era l’inizio di una storia.
Sono rimasto lì per giorni, appoggiato su un banco insieme ad altri come me. Pastori, angeli, animali immobili, ciascuno con la propria posa, con uno sguardo già deciso, scolpito. Io fissavo in avanti, come mi avevano fatto, verso qualcosa che ancora non vedevo.
Poi, un giorno, si è aperta la porta.

Prima è entrato il freddo. Poi le voci. Erano in tre.
Il padre guardava distratto, come chi c’è ma con la testa da un’altra parte. La madre si soffermava su ogni statuina, faceva domande, confrontava, prendeva tempo. Il bambino no.
Il bambino si è avvicinato piano.
Non ha scelto subito. Ha guardato.
Ha passato le dita sopra le figure come si fa con l’acqua, leggero, senza voler prendere davvero. Quando è arrivato a me, mi ha raccolto con tutte e due le mani. Non aveva fretta. Mi ha rigirato, mi ha osservato, e senza sapere come, ha trovato la crepa.
Il suo pollice si è fermato proprio lì.

«Prendiamo questo» ha detto.
Poi ha alzato gli occhi verso il padre.
«Somiglia a babbo.»

La madre ha abbassato lo sguardo per un attimo. Il padre ha accennato un sorriso, uno di quelli incerti, che restano a metà strada tra le labbra e gli occhi. Ma hanno annuito. E così, senza rendersene troppo conto, mi hanno portato via con loro.
A casa mi hanno appoggiato sul tavolo, accanto alle altre statuine. Il resto del presepe sarebbe venuto dopo. Intanto io osservavo. Le pareti, l’odore di cucina, i passi che andavano e venivano… era una casa che sapeva aspettare, lo si sentiva.

Quando, più tardi, hanno finito di sistemare tutto, mi hanno messo un po’ indietro.
Di lato. Come i pastori che arrivano da lontano.
Davanti, al centro, c’era Lui.
Il bambinello nella mangiatoia. Minuscolo, immobile, eterno.

Allora mi sono voltato verso di lui. È l’unica cosa che so fare.
Il bambino se n’è accorto.
Non ha detto nulla. Ma quella notte, quando fuori non erano ancora sorte le prime luci dell’alba, è tornato.



Nella casa regnava il silenzio: la madre dormiva, e il padre era già uscito per andare a lavoro. Lui era in pigiama, con i piedi nudi sul pavimento freddo. Mi ha preso con cautela dal presepe e mi ha infilato in tasca.

Il buio della tasca non è come quello di una scatola. È un buio vivo, caldo, che sa di pelle e di battiti.
E il suo cuore, stretto contro di me, correva più veloce del necessario.
Mi ha portato a letto con sé.
Ed è lì, nel silenzio pieno delle cose che contano, che ha cominciato a parlarmi.

All’inizio mi parlava di cose piccole.
La scuola, un compagno che correva più veloce, una parola nuova imparata per caso. A volte si fermava a metà frase, come se stesse ancora decidendo se fidarsi oppure no. Io restavo lì, freddo e fermo, e ascoltavo. È sorprendente quante cose si dicano, quando nessuno ha fretta di rispondere.
Col tempo, le parole cambiarono.
Mi parlava del buio del mattino, di quando il padre usciva presto, con passi leggeri per non svegliare nessuno.
Mi parlava dell’odore dei suoi vestiti quando tornava, diverso da quello di casa. Più aspro. Più lontano.

Una notte, dopo un lungo silenzio, disse quello che teneva dentro da tempo.
«Io vorrei andare con lui.»
Non lo disse piangendo. Lo disse piano, come fosse una cosa semplice, quasi ovvia.
«Vorrei vedere dove va, quando esce che è ancora notte. Vorrei portare una pecora anch’io. Solo una.»
Poi tacque. Mi strinse un po’ più forte, ma con attenzione. Come se avesse paura che anche il desiderio, detto ad alta voce, potesse rompersi.

«Tu sei un pastore come lui. Però, anziché guardare le tue pecore, guardi sempre Gesù Bambino… puoi aiutarmi a chiedergli se fa tornare babbo prima? Io non so bene come si fa, o se mi ascolta.»

Rimasi molto stupito da questa richiesta.
Lui si affidava a me, ma neanche io sapevo cosa fare. Mi misi a fissare il bambinello con ancora più intensità, con tutto l’amore che il mio piccolo cuore di gesso poteva provare. E vidi che anche lui lo guardava allo stesso modo, in ginocchio come me nel silenzio della notte.
Quelle preghiere notturne non furono un caso isolato. Tornarono altre volte, sempre diverse. A volte il bambino parlava molto, a volte restava in silenzio a lungo, come se le parole non fossero necessarie.
Alcune notti si sfogava, raccontava la rabbia di non capire, di non poter decidere. Altre, si limitava a chiedere. Chiedeva che il padre non scivolasse sui sentieri bagnati. Che il vento non fosse troppo forte in campagna. Che il freddo gli facesse meno male alle mani. Non aspettava una risposta. Non chiedeva segni. Affidava. Posava le sue preoccupazioni su quel bambino nella mangiatoia come si posano le cose fragili su un ripiano sicuro, senza rumore. Poi tornava a dormire, con il respiro un po’ più lento.

Finché una notte non successe qualcosa di diverso.
La madre sentì dei passi. Una porta che si apriva. Un bisbiglìo. Non era la prima volta, ma quella notte si alzò. Trovò il bambino sveglio, in ginocchio sul pavimento, che mi parlava come ad un vecchio amico. Non disse niente subito. Lo guardò a lungo, poi si avvicinò e chiese solo:
«Con chi parli?».
Il bambino abbassò gli occhi, come se fosse stato scoperto a fare qualcosa di troppo grande per lui. La madre gli accarezzò i capelli, gli disse che era tardi, che doveva dormire. Poi prese me, con delicatezza, e mi rimise nel presepe.

La mattina dopo, non c’ero più. Non sul comodino. Non nella tasca.
Non dove il bambino poteva arrivare senza farsi vedere. La madre mi aveva riposto nella scatola. Non per punizione. Per protezione. Per paura.
Da quella notte, il bambino cambiò. Non smise di pregare, ma smise di parlare ad alta voce.
Continuò a svegliarsi di notte, anche senza di me. Restava nel letto, gli occhi aperti nel buio, e affidava i suoi pensieri a chi ormai aveva imparato a guardare. Non c’erano più parole sussurrate, né ginocchia sul pavimento freddo. Ma c’era lo stesso gesto interiore, più nascosto, più faticoso.

L’anno dopo, quando arrivò dicembre, il bambino andò a cercarmi.
Aprì la scatola delle statuine una mattina presto, in silenzio. Le tirò fuori una a una, senza fretta. L’angelo, il bue, l’asinello, i pastori. Ma io non c’ero. Rimase fermo per un momento, con le mani sospese, come se stesse solo controllando di aver guardato davvero bene. Poi richiuse la scatola. Più tardi disse alla madre:
«Va bene se quest’anno facciamo solo l’albero?»
La madre annuì. Non chiese perché. Io restai dove ero stato nascosto.

Passò un altro anno. Un giorno, mentre la madre riordinava una credenza, mi trovò.
Ero finito lì dentro senza che se ne accorgesse, insieme a oggetti messi via in fretta, senza un ordine preciso. Mi prese, mi spolverò appena, e mi rimise con le altre statuine, senza pensarci troppo.
Quando arrivò dicembre, tirò fuori le scatole del Natale come sempre. Il bambino, ormai più grande, aprì quella del presepe. Mi vide. Non disse niente subito. Mi prese in mano, e il pollice trovò la crepa, come se il tempo non fosse passato.
Mi guardò. E io guardai dove avevo sempre guardato.

Non mi fece altre visite di notte e non si mise più a pregare con me, ma restò davanti al presepe un po’ più a lungo. E questo, per me, fu sufficiente.
Passarono altri anni. Cambiarono casa. Cambiarono stanze, finestre, distanze.
Il presepe divenne più grande, prese più spazio, come se anche lui avesse bisogno di allargarsi per stare dietro al tempo che passava. E il ragazzo crebbe. Un giorno la sua mano mi tirò fuori dalla scatola. Il pollice mi toccò la crepa sulla spalla, nello stesso punto di allora.

Ma non era più il pollice di un bambino. Era il pollice di un uomo.
In quel momento capii che anche lui era diventato un pastore, come me.
I suoi vestiti, però, non avevano l’odore della lana, come quelli di suo padre.
Avevano un altro odore, fatto di cera e di incenso. Un odore che resta addosso a chi ha imparato a vegliare. Mi rimise al mio posto, un po’ indietro, di lato. Davanti a me, al centro, c’era ancora Lui. E io feci quello che avevo sempre fatto.

Restai. Aspettai. Indicai.
Perché non tutti i viaggi iniziano con un passo. Alcuni cominciano quando qualcuno impara a guardare, e decide di restare lì abbastanza a lungo da insegnarlo a qualcun altro.

Francesca Speranza

Articolo precedenteNotte di Natale
Articolo successivoBuon Natale