L’autonomia disfatta

Da Cottone al 2026. La scuola sarda tra sogni di rinascita e tagli dall’alto.

C’è una radice robusta, sottile e resistente come gli olivastri millenari delle nostre terre, che lega il novembre del 1946 al gennaio del 2026.
La trama legnosa della speranza educativa, quella “intelaiatura” della società che Carmelo Cottone, dalle colonne de “Il Convegno“, invocava come unico rimedio per un’Italia ferita dalla guerra.

Ma oggi, ottant’anni dopo, quella trama sembra essere finita tra le mani di una nuova Penelope che, anziché tessere il futuro dei nostri ragazzi, si ritrova a guardare impotente mentre, “da lontano”, si disfa la trama della scuola isolana.

La profezia di Cottone: la scuola come “vita”, non come numero.

Nel 1946, Cottone scriveva con una lucidità che oggi appare quasi profetica.
In un’Isola che contava 113 iscritti ogni mille abitanti, il problema era la fame di istruzione, la necessità di strappare i fanciulli all’analfabetismo. Eppure, già allora, Cottone lanciava un monito che oggi suona come un atto d’accusa:
i maestri immiseriti e randagi rendono la scuola grama e sterile“.

Cosa direbbe oggi Cottone vedendo i docenti sardi, moderni “randagi” del precariato e del pendolarismo, costretti a vedere le proprie sedi storiche cancellate con un colpo di penna?

L’assessora P.I. della nostra Regione, Ilaria Portas, ha parlato chiaro: nove autonomie scolastiche soppresse per “freddi calcoli”. Quei numeri che per il Ministero sono medie statistiche, per i docenti e le comunità locali sono volti, radici e presidi di democrazia.

Il deserto dei tagli: quando il borgo perde la sua anima.
Mentre nel dopoguerra si lottava per aprire aule — anche se fredde e senza vetri — oggi assistiamo al processo inverso: la desertificazione culturale.

A Nuoro, il Liceo Classico “G. Asproni” e l’IC “Podda” perdono la propria identità formale.
In Ogliastra e Gallura, da Orgosolo a Palau, da Ilbono a Tertenia, le scuole vengono accorpate, trasformando i piccoli centri in satelliti di comuni più grandi.

Per un docente, la soppressione di un’autonomia non è solo un cambio di carta intestata.
È la perdita di un dirigente scolastico che conosce il territorio, è la frammentazione dei collegi dei docenti, è la sensazione di essere diventati ingranaggi di una macchina che guarda al risparmio invece che alla didattica.
È, per dirla con Cottone, il rischio di tornare a una scuola “sterile”.

La tela di Penelope: la Regione tesse, il Governo disfa.
Il contrasto è stridente. Da una parte la Regione Sardegna che, come riferito dall’Assessorato, investe nell’edilizia e cerca di combattere la dispersione scolastica (quella stessa “inadempienza” che tormentava Cottone); dall’altra, lo Stato che impone il commissariamento e il dimensionamento.

Cottone scriveva che l’obbligo scolastico era fondamentale perché “a limitare il successo della democrazia in Italia ha influito la scarsa diffusione dell’istruzione”.
Se oggi chiudiamo le presidenze a Thiesi, Orgosolo o Iglesias, non stiamo forse limitando quello stesso successo democratico?
Non stiamo forse dicendo a quei docenti, che ogni giorno lottano contro lo spopolamento, che il loro impegno vale meno di un bilancio in pareggio?

Conclusione: un appello alla dignità.
Il “momento propizio” per riformare la scuola, di cui parlava Cottone nel ’46, non può essere un momento di tagli ciechi.
La Sardegna ha già dato: 38 autonomie accorpate in un triennio.

Oltre c’è solo il silenzio dei corridoi vuoti e la solitudine di insegnanti che si sentono, ancora una volta, figli di un’antica civiltà “talentuosa” ma tradita dalla politica dei numeri.
La scuola non è un’azienda da razionalizzare, è — per usare le parole di ottant’anni fa — l’organo che deve dare “nuova linfa vitale” al popolo.
Se tagliamo l’intelaiatura, il tessuto sociale della Sardegna rischia di sfilacciarsi per sempre.
Siamo sicuri di volere questo?

Simonetta Bellu

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