Salutare prima della partenza

Julian Barnes, “Partenze“, (Einaudi, 2026) annuncia “questo sarà il mio ultimo libro”: lo dice a pagina 12 e nella bella intervista rilasciata a Raffaela De Santis su La Repubblica del 16 gennaio 2026.

Ha contratto una rara forma di leucemia – gestibile, gli dicono i medici, sì che “il più francese degli scrittori british, capace di un humor illuminista che non arretra davanti a niente” ci fa dono della sua composta, serena consapevolezza del doverci convivere sino alla fine.

Il libro è di una bellezza struggente capace di sfiorare momenti biografici mischiando la sua vita a quella degli affetti più cari, così consentendosi riflessioni intense.

Di lui avevo letto “L’uomo con la vestaglia rossa” (Einaudi), gustandone l’umorismo fine, lo scavo del costume sociale ed il confronto tra due nazioni – Francia ed Inghilterra, diverse seppure inclini al perdono ed accogliere assoluzioni imbarazzanti di omicidi (e non solo in duello) ma inflessibili nella condanna di Oscar Wilde.

Qua si nuota nella memoria: spaziando dagli sudi neurologici alla Recherche di Proust, dove i primi sono debitori alla esemplificazione del potere evocativo di un the e della Madeleine, che mette “in moto la sua memoria autobiografica involontaria (in inglese Involuntary Autobiographical Memory o IAM) (p. 6)”.

Ma prende distanza, Barnes – cui capita di “annoiarmi di me stesso” – da coloro che “insistono nel ritenere divertente il racconto pubblico della propria vita e annessi ripetuti aneddoti, sono di solito fra gli individui più pallosi del pianeta” (p.7).


No, non è un’autobiografia; i ricordi – spiega – sono il “ri-presentarsi dell’esperienza originale (…) di ciò che il cervello di un bambino ha ricevuto in quel giorno dimenticato anni prima” (p.11). E spiegherà che “Il cervello la sa molto più lunga su di noi che noi su di lui: conosce tutto quello che noi conosciamo; noi, solo una parte di quello che conosce lui” (p. 19); “Il cervello (…) ci informa solo in base al principio della comunicazione indispensabile” (p.20).

Questa “premessa” per farci avvertiti che la storia di Partenze ha un prima, un dopo ed un intervallo di quarant’anni. “Scrivo soprattutto romanzi che richiedono il lento compostaggio della vita prima che si trasformi in materiale utilizzabile, e sul momento non ho mai idea di che cosa possa decomporsi in una possibilità narrativa” (p.28).

Il libro.
Un triangolo casuale: lui, Stephen e Jean; studenti a Oxford, anni ’60; amici, lui che li fa incontrare in un contesto dove le donne stavano in rapporto di 1 a 6,75 con gli uomini, in minoranza, per cui si cresceva “in un ambiente monosessuato” (p.38).

Ovviamente Stephen e Jean si fidanzeranno, vivendo il loro amore di studenti, lasciandosi e perdendosi di vista. È il tempo di vita a determinare i tempi narrativi con Barnes che scopre la sua malattia – “Curabile no, ma è gestibile” (p. 45), gli dicono i medici.

Prende appunti per questo che sarà il romanzo di cui parlo “Vivo nel presente, ma il mio futuro esisterà solo in forma passata” (p.55). Casualmente, anni dopo, si ritroverà con Stephen, che ha divorziato – la moglie ed il figlio ormai in Australia, mentre Barnes vive la sua vedovanza da scrittore affermato.

Combinerà un incontro tra Stephen e Jean la quale non crede alla casualità “Voi romanzieri del cazzo proprio non ce la fate vero?” (p.74). Si sposeranno, sessantenni; “Sarebbe stato un matrimonio da post-credenti” (p.84) – leggiamo – libero da condizionamenti, con il prete che riassumeva la vita di “Stephen e Jean fino a quel momento come se fossero una specie di parabola biblica del cazzo” (p.85).

Lui prometterà che non scriverà di loro, ma tradirà l’impegno quando le condizioni, a settantasette anni, glie lo consentiranno.
Assolvendosi dal giuramento tradito, anzi, in qualche misura con una chiamata di correo al lettore, suo complice dacché spesso lascia a lui di “decidere che cosa [i personaggi] avrebbero potuto incontrare nei loro viaggi futuri. Ora mi ritrovavo al tempo stesso nella posizione di quel lettore, e di quei viaggiatori” (p.92).

E ne scrive, riflettendo sulla stranezza della loro scelta di “dividere la vita con qualcuno per due persone ormai abituate da tanto tempo a stare sole” (p.103). “Ero stato così fiero di averli rimessi insieme, cazzo. E con tutto ciò – dirà – non ero certo uno splendido deus ex machina, semmai un misero mediatore matrimoniale che dalla transazione guadagnava una tangente emotiva anziché economica” (p.116).

Uno scavo psicologico bellissimo, questo lo sforzo al quale assistiamo, con vette di acutezza letteraria immense: “Ho scoperto che il classico problema di queste rivisitazioni emotive è che le due parti tendono inconsapevolmente a riprodurre la stessa dinamica che ha condotto al fallimento la relazione iniziale” (p.110).

Noi scopriremo il valore di una amicizia, testimone di partenze: separazioni, morte, tutte le circostanze che interrompono le frequentazioni e i ricordi sono pietre miliari delle quali sfuggono i contorni, invecchiando.
Forse qui è la spiegazione del titolo, la fase della vita che ognuno vede arrivare accorgendosene tardi.

Con il monito della compagna di Barnes, R., di lui più giovane di diciotto anni “Hai il permesso di essere vecchio, ma non quello di comportarti come un vecchio” (p. 126). Barnes si interroga magistralmente sulla vita vissuta nel mentre di una brusca frenata che la malattia gli impone e il declino fisico incombe, interrogandosi sul “fino a quando dovrò cominciare a dire addio a me stesso” (p. 145).

Un po’ come nello sport si sceglie da ritirarsi da campione, con Partenze Barnes prende congedo dai suoi lettori mantenendosi fedele ai suoi proponimenti di scrittore: “Quando ero più giovane, una delle mie regole era «scrivi ogni libro come se fosse l’ultimo»” (p.156).

Un libro bellissimo, de chevet, da aprire a caso e leggerne passi, ognuno dei quali, da solo, avrebbe la capacità di spingerci a profonde riflessioni. Una delle quali voglio condividere.

Mi si perdoni il parallelo, dacché non vuol essere un confronto, semmai un riscontro di coincidenze. E non tanto per la serenità con la quale Michela Murgia ha affrontato il suo fine vita quanto perché – postumi – escono suoi libri dove la circostanza delle due malattie hanno avuto approcci simili: mi riferisco al racconto “Espressione intraducibile” che apre “Tre ciotole” (Mondadori, 2023) dove Michela Murgia chiede all’oncologo come può comunicare ai familiari la diagnosi; ne discutono mentre lei dice che carcinoma in coreano si traduce AM, il medico le risponde che I Am si traduce con “io sono” – «“Potrà rispondere I am, come se dicesse “quello che ho è qualcosa che sono”».

Poi, in “Ricordatemi come vi pare” (Mondadori, 2024) si chiede “Cos’è la memoria? Cosa resta delle vite e delle morti di chi abbiamo amato, di chi ci ha preceduto?” (p. 257). Qui Michela Murgia racconta di aver parlato con il Nobel Kazuo Ishiguro del Gigante sepolto; ci sta, mi dico: einaudiani! e mi immagino possibile che Barnes abbia letto Michela Murgia – potrebbe: einaudiani entrambi!
Mi ripeto. Potrebbero anche averne parlato.

Am, I am, IAM. Che bello leggere.

Ruggero Roggio

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