La morte della giovane Cinzia Pinna ha toccato il cuore di tutti noi, solo l’ultimo caso in ordine di tempo di una donna assassinata per mano di un uomo. Una tragedia in cui i temi della libertà e della fragilità diventano primari, monito di un sistema viziato da pregiudizi e da colpe sottese, quasi ne fossero certamente la causa.
Non ci interessa la capacità reddituale dei protagonisti ma quanto possa incidere l’arroganza nella vita di alcune persone, esaltate dal riconoscimento sociale e dal successo, e per contro, prive della forza necessaria per difendersi.
Poi, l’uso di droghe come teatro di un sistema tossico che non deve sminuire ma aggravare la responsabilità di chi quell’arma l’ha usata per uccidere. Si chiama femminicidio e tale deve rimanere.

E’ facile abbracciare i luoghi comuni che collocano il male da una parte e il bene dall’altra, si tratta di scegliere dove stare.
Sono binari conosciuti, già tracciati, cosicché ci si possa sentire al sicuro, nel giusto, e invece non basta.
La morte di Cinzia Pinna e prima di lei la morte di tante altre donne ci dimostra che non c’è un contesto preciso ma un malessere interiore generalizzato, non sempre riconoscibile.
Se dalla compassione possiamo trarre valide riflessioni personali, le soluzioni, quelle vere, hanno bisogno della condivisione e della reazione comune, di regole certe e severe. La costruzione di un contesto sano non appartiene al singolo ma è un fatto di interdipendenza sociale e di istituzioni, legati reciprocamente l’uno all’altro, per nulla svincolati.
Dovremmo iniziare presto a fare la nostra parte perché nessuna decadenza possa mai degenerare.
Il principio che le vite da salvare debbano essere due, quella della vittima e del carnefice, rimane la meta da perseguire, benché la parola salvezza risulti inaccettabile dopo aver parlato di femminicidio.
Non possiamo sottrarci al tentativo di anticipare le azioni, di impedire che accadano tragedie tanto assurde. Il fallimento di uno è il fallimento di tutti anche quando è lontano, anche quando sembra non toccarci.
Dalla sensibilità della poetessa Silvestra Pittalis nascono parole profonde che voglio condividere:
“Affinché il suo sangue
non sia solo cronaca
ma epitaffio inciso
nella coscienza di chi resta.
Che il suo nome non svanisca, come i tanti,
tra le pieghe del silenzio.
Che il suo sguardo non venga lavato
dalla pioggia dell’oblio.
Che il suo grido, muto,
diventi parola nei nostri giorni.”
Di fronte a un mondo che, per rimettersi in ordine, avrebbe bisogno di capovolgersi più volte, considerazioni come queste probabilmente non aiutano granché.
Eppure, smettere sarebbe come gettare la spugna e non dobbiamo farlo.
Genni Piras







