IL PRIMA E IL DOPO

L’inverno arriva sempre senza chiedere il permesso.

Si posa sulle cose con pazienza, cambia la luce, accorcia le giornate.
Le strade diventano più fredde e vuote, le case più calde e piene. E la natura, dopo aver fatto danzare le foglie in autunno, si ferma, in attesa di un timido raggio di sole che la riporti alla vita.

È proprio questo l’inverno: una lunga, fredda attesa.
Giorni che si susseguono tutti uguali, mattine che iniziano troppo lente e sere che arrivano troppo in fretta. È continuare a fare le cose di sempre, ma con meno slancio.

Non tutti affrontano l’inverno allo stesso modo.
C’è chi lo aspetta, chi lo sopporta, chi cerca di evitarlo come fanno le rondini. E chi, senza accorgersene, se lo porta dentro, anche quando la primavera scioglie la neve e riporta il sereno.

Anche in quella casa, l’inverno era arrivato senza farsi annunciare.
Non c’era stato un giorno preciso, né un momento da ricordare. Era successo piano. Da qualche anno, ormai, l’inverno e le sue feste non erano più qualcosa da aspettare, ma un tempo da attraversare.
Lui c’era, faceva quello che doveva fare. Parlava quando serviva, sorrideva quando doveva. Eppure, una parte di lui sembrava restare sempre un passo indietro.

E per lui andava proprio bene così.

Fu forse per questo che rimase sorpreso quando la maestra di suo figlio lo convocò insieme a sua moglie.
E, alla sua richiesta di una spiegazione, lei rispose: «Vostro figlio è preoccupato per il Natale.»

Lui rimase in silenzio.
Non perché non sapesse cosa dire, ma perché quella frase gli era arrivata addosso senza trovare subito un posto dove fermarsi. Guardò sua moglie, che abbassò lo sguardo un istante, come se avesse già capito.
«Mi perdoni, in che senso preoccupato per il Natale?»

L’insegnante sospirò e gli porse un foglio.
«Qualche giorno fa ho dato una traccia per un tema. I bambini dovevano raccontare cosa amavano del Natale e cosa si aspettavano per questo Natale che sta arrivando. Questo è il tema scritto da Giacomo.»

Guardò meglio il foglio. Il titolo diceva “ Il prima e il dopo”.
«Potete leggerlo voi, se volete.»

arance e caminetto

Lui annuì appena e prese il foglio tra le mani.
La carta era un po’ sgualcita agli angoli, come se fosse stata piegata e riaperta più volte.
Riconobbe subito la scrittura di Giacomo: le lettere un po’ storte, alcune troppo grandi, altre così strette da sembrare in punta di piedi. Come se non volessero dare troppo nell’occhio.

Cominciò a leggere.

Prima il Natale era una cosa bella. Qualcuno rideva sempre.
Il nonno raccontava storie che solo lui sapeva. La casa profumava di arance e legna, e la sera sembrava più corta.

Si fermò. Non perché fosse difficile leggere, ma perché quella frase gli si era fermata in gola.
Respirò. Riprese.

“Dopo quello che è successo, tutto è diverso. Il Natale arriva lo stesso, ma cammina piano,come se avesse paura. Papà è spesso triste, anche quando dice che va tutto bene. Mamma prova a fare le cose di prima, ma si vede che è stanca.”

Sentì il foglio diventare più pesante tra le dita. Come se non fosse più solo carta.

“Prima aspettavo il Natale. Dopo ho paura di aspettarlo troppo, perché se siamo felici sembra che facciamo qualcosa di sbagliato. Allora sto attento. Cerco di non fare rumore.”

Abbassò lo sguardo.
Sua moglie si era portata una mano alla bocca, quasi senza accorgersene.

“Vorrei che il Natale tornasse come prima. Ma forse il prima non torna più.
 Allora spero che il dopo sia un po’ meglio.”

Quando finì di leggere, non disse nulla. Neppure l’insegnante parlò subito. Lasciò che quel silenzio facesse il suo lavoro.

«Giacomo è un bambino molto sensibile,» disse infine, con una voce quieta, che non cercava colpe.
«Non è il Natale a spaventarlo. È l’idea di far soffrire qualcuno.»
Lui annuì piano. Sentiva di essere stato visto. Non giudicato, solo visto.

Uscirono dalla scuola che il cielo era già basso, anche se non era ancora pomeriggio.Camminarono a lungo senza parlare. Le vetrine si riempivano di luci e palline rosse, ma sembravano distanti. Come se appartenessero a un altro tempo.

«Non lo fa apposta,» disse sua moglie, rompendo il silenzio. «Giacomo..»

«Lo so.» E lo sapeva davvero. Si fermò un attimo, come a cercare le parole giuste nell’aria fredda.

«Proverò,» disse poi. «A fare meglio. A non…»

Non finì la frase. Non ce n’era bisogno.
Lei gli prese la mano. Forte. Come si fa quando non si ha una risposta, ma si sceglie comunque di restare e aspettare. Proprio come l’inverno.

Il giorno dopo, Claudio si svegliò prima del solito.
Non perché avesse dormito meglio. Anzi. Aveva passato buona parte della notte a rigirarsi, con le parole del tema che tornavano in mente ogni volta che chiudeva gli occhi. Decise di fare una passeggiata e di cercare un po’ di coraggio per strada, nell’attesa che la casa si risvegliasse. Ma ad ogni passo, trovava solo nuove domande.

Da quanto tempo suo figlio si sentiva così?
Come era possibile che Giacomo se ne fosse accorto? Non aveva fatto niente per farlo trasparire. Aveva parlato quando doveva, aveva sorriso quando doveva… e anche stavolta avrebbe fatto quello che doveva fare.
“Solo qualche giorno. Giacomo è più importante di due stupide palline o delle luminarie. Avrà il Natale che vuole quest’anno.”

Tra un pensiero e l’altro inciampò sulla via di casa. Entrò in cucina.
Giacomo stava facendo colazione in silenzio, seduto al suo posto, con le spalle leggermente curve e lo sguardo fisso sulla tazza. Claudio lo osservò per qualche secondo, cercando di capire da dove cominciare.

«Oggi…» disse infine, schiarendosi la voce.

Giacomo alzò gli occhi, subito allerta, come se temesse una domanda sbagliata.
«Oggi pomeriggio potremmo fare qualcosa insieme.»

Lo disse piano, come si fanno le proposte che si possono ritirare in fretta. Giacomo rimase in silenzio. Strinse le mani attorno alla tazza, poi scrollò appena le spalle. «Va bene…» disse.
Ma non c’era entusiasmo nella sua voce. Solo attenzione. Quella attenzione che si ha quando si cerca di non disturbare. Claudio se ne accorse.
«Se ti va, eh. Non è un obbligo.» Fece una pausa. «Magari qualcosa di natalizio.»

Il bambino abbassò di nuovo lo sguardo.

«A te… piace?» chiese dopo un po’. Non era una domanda sul Natale. Era una domanda su di lui. Claudio sentì un piccolo morso allo stomaco. Avrebbe potuto mentire. Dire di sì, senza pensarci troppo. Invece respirò.

«Quest’anno sto provando a farmelo piacere di nuovo.» Giacomo annuì piano. « Qual è la cosa natalizia che preferisci fare?»
Giacomo sorrise incredulo. Ci pensò un attimo e poi disse:
«Allora forse…» disse con cautela, «potremmo fare il presepe!»

Claudio sollevò lo sguardo.
«Il presepe?» La parola gli arrivò addosso come un ricordo che non chiedeva permesso.
Giacomo si affrettò a spiegare, come se temesse di aver detto qualcosa di sbagliato.
«Solo se non ti dispiace. A me manca. Mi piaceva quando andavamo a cercare il muschio, i rametti… in campagna. Come facevamo prima.» Si fermò. «Se però è noioso… possiamo fare altro.»

Claudio scosse la testa.
«No. Non è noioso.» Lo disse con più decisione di quanta ne sentisse davvero.
Giacomo lo guardò, cercando una crepa, un segnale che quella proposta fosse troppo. «Davvero?» Claudio annuì.
«Davvero. Possiamo andare oggi pomeriggio, se vuoi.»

presepe e muschio

Il volto di Giacomo si illuminò solo un poco.

Non esplose. Era una luce prudente, come quella che filtra tra le nuvole quando il cielo non è ancora sicuro di voler cambiare.
«Allora… prendiamo anche il cestino?» chiese. «Quello vecchio?»
Claudio sorrise. Un sorriso piccolo, che non faceva rumore.
«Sì. Quello.»
Così dopo qualche ora, si  ritrovarono in viaggio, seduti l’uno accanto all’altro.

Lasciarono la macchina dove finiva l’asfalto. Da lì in poi si andava a piedi, come avevano sempre fatto.
La strada diventava una traccia chiara tra la terra scura, segnata da pneumatici vecchi e passi lenti. L’aria era diversa. Più ruvida, più vera. Giacomo camminava un passo avanti, con il cestino che dondolava piano contro la gamba. Ogni tanto si fermava, annusava l’aria come fanno i cani, poi ripartiva sicuro, come se quel posto lo stesse riconoscendo.

Claudio inspirò a fondo.
Il profumo del lentisco gli arrivò addosso all’improvviso, resinoso e amaro, mescolato a quello del mirto che cresceva basso e fitto ai lati del sentiero. Più in là, nascosto tra le rocce chiare, c’era il rosmarino selvatico, con i suoi rami duri e le foglie strette, che bastava sfiorare per riempirsi le mani di odore. Era lo stesso profumo di sempre. Ed era anche diverso. Il terreno era umido per le piogge dei giorni prima. La terra scura si attaccava alle suole e faceva quel rumore sordo che Claudio ricordava bene. Un rumore che non aveva mai imparato a spiegare, ma che gli aveva sempre dato la sensazione di essere nel posto giusto.

«Qui,» disse Giacomo fermandosi all’improvviso.
Si accucciò vicino a un muretto a secco, dove il muschio cresceva spesso e morbido, di un verde profondo. Claudio lo guardò allungare la mano con attenzione, come se avesse paura di fare male a qualcosa. «Prendiamo solo quello che serve,» disse il bambino.
«Come diceva il nonno.» Claudio sentì un piccolo colpo al petto. Non forte. Ma preciso.

Si chinò anche lui. Il muschio era freddo sotto le dita, umido, vivo.
Lo staccò piano, facendo attenzione a non strapparlo troppo, proprio come gli avevano insegnato. Per un attimo le sue mani fecero un gesto antico, senza pensarci. Un gesto che sapeva già fare. Più avanti trovarono dei rametti di olivastro caduti a terra, contorti e chiari. Giacomo li raccolse uno a uno, scegliendoli con cura.
«Questo sembra una montagna,» disse. «E questo un sentiero.»

Claudio sorrise. Non disse nulla, ma gli tornò in mente suo padre che faceva la stessa cosa, piegato accanto a lui, a inventare mondi minuscoli con quello che avevano sotto i piedi.
Il vento arrivò dal mare, portando con sé un odore lontano di sale. Passò tra i cespugli di cisto e fece tremare le foglie secche rimaste a terra. Per un momento Claudio chiuse gli occhi. Non era felice, non ancora. Ma il dolore, lì, sembrava diverso. Non un muro, ma qualcosa che si poteva attraversare.

«Papà?»
 «Sì?»
 «Secondo te va bene se mettiamo anche un po’ di terra vera, nel presepe?»
 «Certo.» Fece una pausa. «È la cosa più importante.»

Giacomo annuì, soddisfatto. Quando ripresero la strada verso la macchina, il cestino era pieno di muschio, rametti e profumi. E anche se Claudio non lo avrebbe mai detto ad alta voce, pensò che suo figlio aveva avuto proprio una bella idea.
Tornarono  a casa in silenzio, ma non perché non avessero nulla da dire. Era un silenzio carico di emozione e voglia di costruire insieme. Appena varcata la soglia, Giacomo corse ad abbracciare la mamma e a mostrarle il tesoro  che avevano raccolto in campagna.
«Guarda mamma! Sembra proprio un prato vero!»

«Siete stati bravissimi tesoro! Ho già messo le statuine in salotto, se vuoi vengo a darti una mano e lo facciamo insieme!»
«Se non ti dispiace Grazia quest’anno vorrei aiutare io Giacomo.» disse Claudio.
Giacomo si girò ancora incredulo verso suo padre e disse :«Davvero?!»
«Sì, certo. Comincia ad aprire la scatola delle statuine, io prendo il cestino» rispose dolcemente. Quindi, ricambiò il sorriso di sua moglie e seguì il bambino in salotto.

Passarono il pomeriggio così, tra muschio, risate e pastorelli.
Avevano dimenticato entrambi quanto un presepe potesse avvicinare i cuori, e, tra gesti ritrovati e nuove sintonie, si fece sera. Una volta terminato di posizionare tutto, accesero le lucine e rimasero in ammirazione della loro opera. Gli occhi di Giacomo brillavano come stelle nella notte. Claudio lo abbracciò, e in quell’abbraccio sentì tutto: il muschio, il profumo dei suoi capelli, l’amore che avevano messo in quel presepe. Mentre lo stringeva al petto, lo stomaco di Giacomo brontolò. I due si guardarono e risero insieme.

«Hai fame per caso? Tranquillo, ci penso io! Ti farò assaggiare qualcosa che mangiavo sempre insieme al nonno durante le serate come questa.»
Scesero insieme nella cucina rustica, e Claudio accese il fuoco nel vecchio camino.
Mentre le fiamme sfrigolavano, prese del pane carasau e disse al figlio:
«Passalo sotto l’acqua, mi raccomando, solo dalla parte ruvida!»

E mentre Giacomo svolgeva il suo compito con tutta l’attenzione di cui era capace, Claudio prese una forma di formaggio, la divise in quattro e ne infilò una parte sullo spiedo. Avvicinò il formaggio alla fiamma e osservò il formaggio che si scioglieva lentamente.
Il bambino portò il pane e si mise accanto a lui ad osservare il fuoco cha faceva il suo lavoro.
Appena fu sciolto al punto giusto, Claudio avvicinò lo spiedo al pane e, aiutandosi con un coltello, accompagnò la colata densa e calda.

Prese il pezzo più appetitoso, lo piegò e lo diede a suo figlio.
«Mangia piano, che è caldo.»
«Lo so papà, grazie!» disse, con l’acquolina in bocca. Giacomo soffiò forte, poi addentò il pane e sorrise, con la bocca ancora piena.
«È come quello di prima.»
Claudio abbassò lo sguardo sul fuoco.
«Sì,» disse. «Più o meno.»
Mangiarono piano, senza fretta.
Fuori, la sera si era fatta notte. Le luci delle case vicine si accendevano una ad una, come se qualcuno le stesse chiamando per nome.

I giorni che li separavano dal Natale passarono più leggeri di quanto Claudio avrebbe immaginato.
Non erano giorni perfetti, né pieni di entusiasmo improvviso. Ma avevano smesso di essere pesanti.
Ogni mattina Giacomo scendeva in salotto a controllare il presepe, come se potesse essere cambiato durante la notte. A volte spostava un pastorello di pochi centimetri, altre aggiungeva un sassolino trovato in tasca.
Claudio lo osservava fare senza intervenire. Gli sembrava che, in quei gesti minuscoli, suo figlio stesse rimettendo ordine anche a qualcosa che non si vedeva.

Riscoprirono le tradizioni una alla volta, senza programmi.
Una sera appesero insieme le luci sul balcone, sbrogliando i fili con pazienza. Un’altra, Claudio tirò fuori una scatola dimenticata da anni, piena di addobbi rovinati, e Giacomo volle usarli tutti, anche quelli storti, anche quelli scoloriti.

«Sono più belli» disse.
«Perché?»
«Perché hanno già vissuto.» Claudio sorrise, senza sapere bene perché quella frase gli fosse rimasta addosso.

Cucinavano insieme, quando potevano.
Giacomo impastava, assaggiava, faceva domande. Claudio raccontava storie piccole, senza accorgersene. Non parlava di suo padre direttamente, ma il modo in cui faceva le cose era lo stesso. E Giacomo lo seguiva, attento, come se stesse imparando una lingua nuova.
La casa cambiava odore. Di arance, di legna, di dolci che cuocevano piano.
Anche il silenzio era diverso: non più prudente, ma pieno. Claudio si sorprese a canticchiare una sera, mentre sparecchiava. Si fermò di colpo, come se avesse fatto qualcosa di proibito. Poi continuò, più piano.

Non pensava di essere guarito. Ma per la prima volta dopo tanto tempo, non sentiva di dover trattenere la gioia.
Prima che potesse rendersene conto, arrivò la Vigilia.
La sera del 24 la casa era avvolta in un nuovo silenzio: non pieno, non vuoto. Un silenzio trattenuto, come quando si aspetta qualcosa e si ha paura di rovinarlo. Giacomo gironzolava in pigiama tra il presepe e l’albero, facendo finta di controllare le lucine, ma Claudio lo vedeva: stava semplicemente cercando un posto dove mettere l’attesa.

Grazia apparecchiò con cura, come se una tovaglia ben messa potesse tenere insieme anche il resto.
Claudio l’aiutò senza parlare troppo. Ogni tanto si sorprendeva a pensare che forse, quest’anno, ce l’avrebbero fatta.
Dopo cena, Claudio si vestì e andò in camera di Giacomo
«Ancora non sei  pronto?! Dai, vestiti che andiamo alla messa di mezzanotte!» disse, come una cosa già decisa. Come si dicono le tradizioni, quelle che non si discutono.

«No papà dai, io ho sonno… andiamo domani mattina?»
«Come hai sonno?» provò, con un tono che voleva essere leggero e gli uscì troppo preciso.
«Domani poi dormiamo fino a tardi e apriamo i regali in pigiama. Come sempre.»

«Io voglio andare domani. Il 25. Ci vanno anche i miei amici.»

Claudio sentì qualcosa chiudersi dentro, come una serratura.

«No,» disse. «Si va stasera.»

Giacomo strinse le coperte tra le dita.
«Ma io ho sonno, papà. Possiamo andare domani mattina.»
«No. Domani è Natale. Quando io ero bambino non facevo tutte queste storie.»
Si fermò un istante. «Ed era tutto bellissimo allora.»

Giacomo alzò gli occhi e guardò fisso suo padre, senza piangere.
«Quello che non hai capito,» disse piano, «è che non sei più tu il bambino.» Fece una pausa. «Ora il bambino sono io.»
Claudio restò immobile. Grazia comparve sulla soglia.
«Claudio, magari possiamo…»
«No.» La interruppe senza guardarla.

strada al buio con lampione

Poi tornò a fissare suo figlio.
«Allora fatti pure il Natale che vuoi tu.»
Si infilò la giacca. «Io vado a messa stasera.» Uscì, chiudendo la porta piano. Ma il rumore rimase.
Claudio scese le scale senza accendere le luci. Fuori l’aria gli pizzicò il viso, netta, pulita. Le case erano illuminate a metà, come se il paese avesse deciso di essere discreto. Da qualche finestra arrivavano risate, piatti, voci basse. La vita degli altri continuava, semplice. E quella semplicità, per un attimo, gli diede fastidio.

Camminò senza una meta precisa, anche se sapeva già dove stava andando. Il freddo gli entrava nel cappotto, tra il collo e la sciarpa. Ogni passo faceva un rumore diverso sul marciapiede umido. Si accorse di stringere le mani nelle tasche, come un ragazzino.

“Fatti pure il Natale che vuoi tu.”
La frase gli tornò in mente, e gli parve più dura adesso, lontano dalla porta di casa. Non riusciva a capire se l’avesse detta per ferire Giacomo o per difendersi.

Alzò lo sguardo. Le luci appese tra i balconi tremavano appena nel vento.
Un gruppo di ragazzi passò ridendo, con le guance rosse e i cappucci tirati su. Claudio li seguì con gli occhi finché sparirono dietro l’angolo, e si accorse che la sua infanzia non era un posto in cui tornare. Era un posto che gli veniva incontro, quando meno se l’aspettava.
Da bambino aveva sempre fatto così. La messa di mezzanotte, il freddo fuori dalla chiesa, l’odore di incenso che si attaccava ai vestiti. E suo padre accanto a lui.

Si chiamava Giacomo, come suo figlio. Veniva da un altro paese.
Lo diceva poco, ma Claudio lo sapeva. C’erano cose che aveva lasciato lì, dall’altra parte del mare o delle strade, e che non aveva più ripreso. Tradizioni, parole, modi di festeggiare. Non perché non gli importassero, ma perché, quando era arrivato, aveva capito che per costruire una casa nuova bisognava scegliere cosa portare e cosa no.

Prima di rendersene conto, si accorse di essere arrivato in Chiesa.
Vide il bambinello sull’altare, e per un attimo rivide Giacomo appena nato.
Non la faccia, non i dettagli. Solo quella cosa minuscola e assoluta che aveva tenuto tra le braccia, con la paura di romperla e la certezza, nello stesso istante, di amarla più della propria vita.

Claudio si sedette in fondo. L’incenso gli entrò nei polmoni, familiare.
Il brusio delle persone che si sistemavano sembrava il rumore di un mare calmo. Lui, invece, aveva dentro un mare diverso. Abbassò lo sguardo sul presepe. Quella scena era ferma da secoli eppure, ogni anno, chiedeva a qualcuno di ricominciare.
E allora, finalmente, capì. 
Suo padre aveva lasciato un “prima” per costruire un “dopo”.
Aveva messo da parte il modo in cui si facevano le cose nel suo paese, non perché fosse sbagliato, ma perché Claudio potesse avere un Natale che gli appartenesse. Un Natale nuovo, cucito su di loro.

Claudio, invece, stava facendo l’opposto.
Stava chiedendo a suo figlio di portare sulle spalle il peso di un ricordo. Di essere il custode di un “prima” che non poteva tornare. Si passò una mano sul viso. Sentì la pelle fredda, le dita tremare appena.
Non era il Natale il problema. Il problema era che gli mancava suo padre.
E per questo, senza accorgersene, stava cercando di diventare di nuovo bambino. Ma il bambino, adesso, era Giacomo.

Alzò lo sguardo. Davanti a lui c’erano genitori con figli addormentati in braccio, mani intrecciate, cappotti troppo grandi, passi piccoli. E lui era lì, da solo, ma soprattutto, aveva lasciato da solo Giacomo, lasciandogli sul cuore un peso che non era il suo.

Quando la messa terminò, Claudio uscì nel freddo e tirò un respiro profondo.
Il cielo sopra di lui era scuro e limpido. L’aria profumava di fumo lontano e di mare, come se anche la notte custodisse dei ricordi.
Non aveva voglia di scambiare parole con nessuno. Camminava con le mani affondate nelle tasche, più lentamente del solito, lasciando che il silenzio sistemasse dentro di lui ciò che aveva compreso. Davanti al portone di casa, esitò. Non per timore di entrare, ma per il timore di farlo senza essere cambiato.

Salì le scale con passo lento. Dentro, la casa era immersa nell’oscurità.
Dal corridoio filtrava solo un tenue bagliore proveniente dalla cucina: Grazia aveva lasciato accesa una piccola lampada, come si lascia accesa una presenza. Lei era seduta sul divano, avvolta in una coperta. Quando lo vide, si alzò in silenzio.
«È tardi,» disse semplicemente. Claudio annuì. Si tolse la giacca. Per un momento sembrò cercare le parole, poi le lasciò andare.

«Ho sbagliato,» mormorò.
Grazia lo osservò, con uno sguardo stanco.
«Lo sai che non devi dirlo a me.» Indicò con un cenno del mento il corridoio.

Claudio rimase fermo, come se quella porta fosse più pesante di quanto apparisse.
«Dorme?» domandò.
«Sì.» Grazia abbassò ulteriormente la voce.

Claudio annuì di nuovo. Si avvicinò alla stanza di Giacomo senza oltrepassarne la soglia.
La porta era socchiusa. Dentro, la camera aveva il profumo del sonno dei bambini e del bucato appena lavato. Giacomo era sdraiato su un fianco, avvolto fino al mento dalle coperte. Claudio rimase lì solo per un attimo. Non disse nulla. Non toccò nulla. Lo guardò, rendendosi conto che quello era il gesto più simile a una preghiera che fosse in grado di fare. Poi tornò indietro. Quella notte dormì poco, ma non perché fosse tormentato. Per la prima volta da molto tempo, l’attesa si colorò di speranza, di buoni propositi e di luce.

E anche il mattino di Natale si presentò luminoso, con un freddo meno pungente.
In cucina si sentivano il profumo del caffè e del panettone. Le luci dell’albero erano ancora accese, fioche ma testarde. Giacomo arrivò dopo un po’, con il pigiama addosso e i capelli scompigliati. Non guardò subito Claudio. Si fermò un istante sulla soglia, come per capire che atmosfera ci fosse. Claudio posò la tazza sul tavolo.

«Buongiorno,» disse.
«Buongiorno,» rispose Giacomo, senza ostilità. Solo con quella cautela che i bambini imparano per proteggersi. Claudio avvertì un nodo salire in gola, ma lo lasciò lì dov’era.
«Senti…» iniziò, poi si fermò. Scelse parole semplici, senza bisogno di spiegazioni.
«Ti va di venire a messa con me stamattina?»

Giacomo alzò lo sguardo, sorpreso.
«Tu… vuoi andare domani?» si corresse subito. «Cioè, oggi.»

Claudio accennò un sorriso.
«Sì. Se vuoi. Come preferisci tu.»

Seguì un attimo di silenzio. Giacomo guardò verso il salotto, dove il presepe sembrava attenderli, poi tornò a guardare il padre.
«Va bene,» disse. «Ma poi apriamo i regali in pigiama.»

Claudio annuì.
«Certo.» Poi si avvicinò al figlio e lo abbracciò stretto, come quel giorno davanti al presepe.

Grazia, rimasta in disparte, si asciugò le mani sul grembiule e li osservò senza dire nulla.
Nei suoi occhi c’era una stanchezza che non si era dissolta, ma accanto ad essa brillava qualcos’altro. Una piccola luce.
Quando uscirono, Claudio si rese conto che il sole non scaldava davvero.
Ma era lì.
E a volte, alla primavera basta questo: un primo raggio che non scioglie tutto, ma dà inizio a ad una nuova vita.

Francesca Speranza

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